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domenica 28 dicembre 2008
sabato 27 dicembre 2008
giovedì 25 dicembre 2008
L'addio-una storia melensissima!!

L'aria gelida investì quasi con rabbia il volto pallido e tirato di Beth,quel rigido mattino di novembre. Sulla casa il cielo pesava come fosse stato di piombo.E di piombo pareva tutto;gli alberi che sotto le loro chiome avevano visto passeggiare tutta la famiglia, il lago che aveva ospitato tante gite in barca,ma la cosa che più di tutti pesava era il cuore,sepolto dentro al petto.Beth quella notte non era riuscita a riposare neppure un attimo.Aveva percorso,scalza i corridoi che l'avevano vista correre,con dita fredde aveva sfiorato le pareti, i corrimani, aveva immerso i piedi nudi nei tappeti,come faceva da piccola,si era dondolata sulla vecchia sedia a dondolo in cucina, era salita in soffitta,si era affacciata dalla minuscola finestrella ovale seminascosta dall'edera.Se solo si fosse fermata un attimo, avrebbe capito che quella forse sarebbe stata l'ultima volta che la sua anima avrebbe accarezzato quei luoghi.Sarebbe stata sicura di provare la stessa sensazione di assoluto nulla che l'aveva invasa quando Franz le aveva portato la notizia della morte di Diane. Si era messa a correre, a correre lontano.Non avrebbe potuto piangere,non sarebbe riuscita a piangere.Quella mattina gli occhi di Elizabeth erano gonfi,pieni del pianto che non erano riusciti a tirare fuori.Sembrava quasi un fantasma, quando era uscita dal portone principale,al braccio di Franz.Da sola non ce l'avrebbe fatta,a varcare quella soglia.Le guance che un tempo erano state le più belle da baciare erano quasi parte delle ossa.Gli occhi erano scuriti dall'ombra delle ciglia,i capelli lasciavano spazio alla fronte,bianchissima anch'ella.Se fosse stato solo per la casa,e se solo Amy fosse stata al suo fianco,il lasciarla non sarebbe stato così straziante.Amy,Amy! Ovunque Beth posasse lo sguardo,vedeva la sorella.A tratti credeva di impazzire.La vedeva,seduta al vecchio piano,i suoi bei capelli castani,gli occhi color fiordaliso,quell'aria strana,distaccata,quando sfiorava i tasti bianchi e neri.Anche Beth li aveva sfiorati,ma erano troppo bianchi,troppo freddi.L'aveva vista vicino al camino,sul tappeto.Si era stesa accanto a lei.Era piccola.Il fiocco rosso nei capelli,lo ricordava ancora.L'aveva sentita cantare,aveva cantato anche lei.Ma alla fine,era solo una Beth piegata dal dolore che cantava la vecchia marcetta,sola.del fiocco rosso nessuna traccia.Eppure era certa di averlo visto.Così come era certa di aver visto Amy sul vecchio sgabello,intenta a cucire.Beth aveva allungato una mano per toccarla,ma aveva accarezzato solo una vecchia spalliera.E le lacrime le si erano barricate dentro agli occhi.Tutto era un addio.La casa era Amy.Lei non lasciava la casa,lasciava Diane.Ma non c'era più tempo.La carrozza attendeva,i bauli con quanto era stato permesso loro di portare erano già issati.I cavalli scalpitavano.Due ufficiali si erano affrettati a piazzarsi davanti al portone.Uniformi blu dappertutto.Beth lanciò un ultimo sguardo alla finestrella della soffitta.Ancora una volta le sembrò di scorgere la sorella che le rivolgeva un mesto segno d'addio,lo stesso di quando era fuggita per Vienna.Beth non le aveva risposto.Era furiosa a causa di Wolfie.Wolfie,Wolfie!Era tutta colpa sua!
Lasciò cadere lo sguardo sulla bimba che portava in braccio. -Diane...-sussurrò.Le sfiorò una guancia.Era morbida e calda...
La servitù era in attesa, fuori dalla porta,in fila.
Beth si avvicinò alla donnina in abito nero,che,scossa dai singhiozzi,afferò le mani della padrona.
-Charlotte...sei stata sempre fedele.Grazie...-disse,facendole scivolare nelle mani gelate tre scellini.-Questo...è ciò che posso darti- disse, facendole cadere nel grembiule un piccolo orologio d'argento.
Poi c'erano Amélie, Katherine, agnes,Josephine...e tante,tante altre,che in piedi aspettavano di dare un ultimo saluto ad Elizabeth,che era stata tanto buona con loro.Ognuna di loro aveva una storia alle spalle,altre,le più giovani erano nate lì.Era casa anche loro,non bisognava dimenticarlo.Ad ognuna Beth aveva una parola di conforto,detta con il cuore,e ad ognuna affidava una piccola parte della casa.C'era chi,in pegno per la sua fedeltà,aveva ricevuto un quadretto,chi un libro di preghiere,altre fiori secchi in piccoli mazzi.La più piccola si chiamava Marianne.Aveva sette anni.I lunghi capelli biondi le scivolavano davanti agli occhi,mentre si nascondeva dietro le gonne della madre.Beth la prese in braccio,le soffiò il nasino.-Anche tu sei stata brava...-le disse,passando oltre,con il cuore sempre più gonfio.Ultima,c'era Solange.La povera donna era dritta,accanto la colonna di marmo,uno dei pilastri della casa.Una dei pilastri della famiglia...portava un lungo abito nero,il migliore.Il suo vecchio volto raggrinzito era teso dal dolore.I capelli erano come sempre impeccabili.Nulla di lei era cambiato.Le sue vecchie mani nodose,che avevano sculacciato e preparato,pulito e riassettato,accarezzato,consolato.Quelle vecchie mani che avevano visto nascere la loro madre,e poi lei,lei ed Amy, ed i suio figli.Aveva raccolto tre generazioni.Quella donna che,per settant'anni aveva fatto il suo dovere,era rimasta fedele anima e corpo alla famiglia,che ogni mattina si alzava alle quattro,sempre borbottando,si riassettava i capelli nella grossa cuffia bianca,afferrava mestoli e padelle e governava la casa.Quando era stata accolta dalla famiglia di Isabella,il giorno di Natale,all'orfanatrofio, aveva solo cinque anni.Era stata sbattuta in cucina come semplice sguattera,poi era stata messa ai piedi del letto della padrona,aveva fatto nascere Isabella,era diventata la sua bambinaia e cameriera personale.L'aveva assistita nella fuga da Venezia,le era stata amica quando aveva perso suo marito,aveva fatto nascere lei e la sorella.Si,anche Amy.Era stata lei che aveva scelto i loro nomi.Era stata di più che una semplice parte della servitù di casa De La Mare.Si ricordava ancora,il giorno del suo ritorno a casa,Solange,ritta sugli scalini,davanti alla stessa colonna di marmo,sempre lì.Presente sempre,nelle disgrazie e nelle gioie.Ed ora?
Beth la guardò.No,non poteva lasciarla. -Solly...-
-Elizabeth De La Mare,io vengo con te.Sono la tua bambinaia.Ed una ragazza senza bambinaia è peggio di una sgualdrina.-sentenziò,guardandola fissa negli occhi.
-Tu devi piangere. - proseguì.
Beth la abbracciò.Si,non poteva lasciarla...o era il contrario?
Solange con il suo burbero modo di fare si slacciò dalla stretta,e,presa in braccio la bambina,salì sulla piccola carrozza coperta parcheggiata sul piazzale,accanto ad una fontana che non zampillava più.
Era il momento.Sentiva che doveva farlo.Strinse forte il medaglione al collo e con passo spedito si accostò al colonnello,che,seduto volgarmente sugli scalini era intento a fabbricarsi del tabacco.
-Ascolti.- la sua voce era chiara e fredda come mai era stata prima.
- Vi siete presi la casa e tutto ciò che era nostro,ma mi dovete promettere una cosa.-
-Cosa?- disse sgarbatamente il colonnello.
Beth scandì bene le parole.
-Non dovete toccare la servitù. E le ragazze che sono con loro.-
Il colonnello fece un sorriso beffardo.-Come pensate di impedircelo?Ci sentiremo tanto soli...-
Ad un tratto alle spalle dell'uomo ne apparve un altro.
-Via di qui!-esclamò.
Il colonnello battè i tacchi e si tolse dagli scalini.
-Signora,-disse.-Sono inglese anch'io.Dite a me cosa volete che vi prometta.-
Beth si guardò attorno,Franz era accanto a lei.Era sempre stato accanto a lei.
-Voglio che non tocchiate la servitù.Ci sono delle ragazze,e...delle bambine.-
-Certo.Vi dò la mia parola d'onore.-
Beth alzò ,lo sguardo.Sotto il cappello blu, gli occhi del generale erano sinceri.Sentì che si sarebbe dovuta fidare.Proseguì.
-E poi...non voglio che facciate... scandalo in questa casa.-Il suo sguardo volò sul poggio di fronte,seminascosto dai salici.
-E poi...non voglio che facciate... scandalo in questa casa.-Il suo sguardo volò sul poggio di fronte,seminascosto dai salici.
-Lì...sono sepolte...mia madre e ...e mia sorella.Abbiate rispetto per...per loro.-
-Vi dò ancora la mia parola.Questa marmaglia non farà nulla di ciò che avete detto.-
Beth era stupita.Un suo nemico...che aveva avuto...pietà? Che non l'aveva aggredita o insultata con parole ingiuriose?
-Vorrei sapere...perchè lo fate.-
Il generale si tolse il cappello.
-Anche io sono di qui...e non credo in questa guerra.Ho solo la fortuna di tenere tutti sotto di me,e vi posso promettere che tuto ciò che avete chiesto sarà rispettato.In quanto a lei...spero che tutto questo finisca...e presto.-
Beth si voltò,corse verso la carrozza.Di cosa avrebbe dovuto ringraziare?Che cosa ancora la tratteneva?
Il cocchiere fece schioccare la frusta.Solange era accanto a lei,Franz dall'altra parte,le teneva la mano.I bambini dormivano.In quell'istante provò un terribile desiderio di piangere,ma le lacrime non volevno uscire.Era come se uno strato troppo spesso di dolore si fosse accumulato tutto in una volta,ed era troppo per farlo uscire.Si voltò.Dal vetro dietro la spalliera vide la casa allontanarsi.-Amy...-sussurrò.Stava andando via da lei!
-Franz!Di' al cocchiere di fermarsi!-
-ma Beth...-
-Subito!-
Beth scese dalla carrozza,bruscamente fermata.Inciampò nel pedellino,cadde nella polvere rossa.
-Amy!-
Le rispose soltanto il fruscio del vento.
-Amy! Amy!-
...
-Amy!-
In quell'istante un usignolo si mise a cantare.Le note,limpidissime salivano e giungevano fino al suo orecchio.Cercò di vederlo,magari su un albero,ma ne udiva solo il canto.
-Amy...-sussurrò piano.
Si alzo,e si incamminò verso la carrozza barcollando.Aveva capito.Sarebbe stato così,come l'usignolo.Non lo aveva visto,ma ne aveva udito il canto,e non sarebbe stata mai più sola.Amy era ormai nel suo cuore,e in qualunque istante avrebbe potuto ascoltarne il canto,la risata!
La carrozza ripartì.Con lei c'era Solange,suo marito,i figli.Claude dormiva tra le braccia del padre,mentre Diane si succhiava rumorosamente il dito.Solange borbottava che se avesse continuato così le si sarebbe rovinata tutta la bocca.Beth appoggiò la testa sulla spalla di Franz,e per la prima volta,dopo tanto tempo si mise a piangere.Sarebbero rimasti uniti.
Per sempre.
mercoledì 24 dicembre 2008
Dal diario di Beth

Lo scalpiccio degli zoccoli sul terreno poco battuto e i violenti scossoni della carrozza erano gli unici rumori che udivo da ore,ma che dico! Da giorni!Cominciavo ad essere stanca della monotonia di quel viaggio,fuori dal finestrino filavano paesaggi tutti uguali,da quando eravamo usciti dalla Germania non avevano fatto altro che susseguirsi campi coltivati e foreste spoglie.Gli alberi nudi tendevano le braccia al cielo,quasi ad invocare la primavera.Ogni tanto un gregge solitario di pecore invadeva il mio campo visivo.Poi d'un tratto,nel bel mezzo dell'ennesimo branco di pecore vidi un raagzzino.Niente di male,durante il viaggio avevo incontrato una miriade di pastori,ma questo impugnava un violino e con mano incerta eseguiva note tremolanti.Quel ragazzo era vestito poveramente e il volto era nascosto dallo sporco e da un enorme cappello;per un istante,il tempo di un battito di ciglia, a questo ragazzo se ne era sostituito un altro,un fanciullo dai biondi capelli che vestiva un'elegante marsina e che suonava una musica che...ma quell'attimo passò, e il fanciullo scomparve, ma la musica,la musica rimase.Non veniva da fuori,ma dal profondo del mio cuore. era il mio amore per Wolfgang Miller che si esprimeva in musica.Chiusi gli occhi,ma quel suono non spariva,anzi cresceva,mi inseguiva tormentandomi, poi ad un tratto svanì.Aprii gli occhi con ancora le ultime note che mi echeggiavano nelle orecchie, e quale fu il mio stupore nel vedere seduto davanti a me un giovane,ed il mio stupore era dovuto al fatto che fino ad un secondo prima non c'era nessuno in carrozza,o forse era stata un'ora prima,o un minuto,per quanto ero stata sopraffatta dalla musica?
-Ehi signorina,dico a lei! ma ci sente?Ho detto:buonasera!-
Durante il mio lunghissimo viaggio si erano susseguiti viaggiatori di tutte le nazionalità;da un gruppo di francesi che avevano cicalato a più non posso in un qualche dialetto incomprensibile ad un soldato inglese che blaterava incomprensibili sproloqui,ma mai nessuno mi aveva rivolto la parola,e soprattutto in quel tono aggressivo ed impertinente.Nella carrozza era già buio e mancavano poche ore all'arrivo,non riuscivo a scorgere il viso del giovane a causa del buio e della zazzera,come avrebbe detto Adele.Il passeggero mi aveva rivolto la parola in tedesco, lingua che capivo alla perfezione,ma, in quanto alla pronuncia...
-Buonasera.la invito a non rivolgermi la parola-
-Lei desidera che io le chieda di parlarle!- rispose in tono insolente.
-Le ho detto di stare zitto!-ribattei stizzita -e la prego di non fare l'impertinente con una come me.-
-Come dice lei, madama.mio Dio,non avevo capito di essere al cospetto di una principessa!-
Si tolse il cappello scimmiottando un inchino.
-Madama,permette?-
Si levò gli stivali e appoggiò gli stivali sul sedile accanto al mio.
-Signore,lei è di una maleducazione inaudita,non ho intenzione di fare un centimetro in più accanto a lei.-
-Andiamo,via! Mi deve sopportare fino a Vienna,dove sarebbe sola,in una città sconosciuta,dove qualcuno potrebbe adocchiare...le sue grazie-
e lanciò un'occhiata significativa al mio corsetto.
Io ero rimasta soffocata e senza parole dallo sdegno.Come osava rivolgermi frasi così deliberatamente offensive?Mai nessuno aveva osato trattarmi così.Non rispose e il giovane continuò nei suoi discorsi impertinenti.Io fui tentata di mettermi a litigare,ma raccogliendo le sue allusioni mi sarei mostrata non degna del mio rango,così mi sistemai lo chignon e guardai fuori dal finestrino per un pezzo,fino a che non mi accorsi che il giovane aveva lasciato il suo posto ed era venuto a sedersi vicino a me.Io mi scostai,mìnon sapendo più come fermare quel ragazzo insolente.Ma lui,avendomi vista scostarmi mi prese il viso tra le mani con una mossa rapida,aveva delle mani straordinariamente forti e agili,da musicista e mi costrinse a guardarlo negli occhi.io ero sdegnata,mai nessuno prima aveva osato toccarmi senza il mio permesso;ma i pensieri svanirono quando quando lo guardai.Era molto bello,di una bellezza insolita e particolare e molto diversa da quella di Wolfgang.Il volto era incorniciato da lunghi capelli castani che scendevano in morbide onde sulle spalle,gli occhi poi erano meravigliosi,con pagliuzze verdi e dorate,aveva zigomi alti ed i lineamenti piuttosto regolari,labbra ben disegnate e dorso dritto.Io chiusi gli occhi,mi liberai da quella stretta e dissi furente: -Non sono disposta ad accettare violenze da nessuno,ne' tantomeno da uno sconosciuto,sia pure...-
-Ehi signorina,dico a lei! ma ci sente?Ho detto:buonasera!-
Durante il mio lunghissimo viaggio si erano susseguiti viaggiatori di tutte le nazionalità;da un gruppo di francesi che avevano cicalato a più non posso in un qualche dialetto incomprensibile ad un soldato inglese che blaterava incomprensibili sproloqui,ma mai nessuno mi aveva rivolto la parola,e soprattutto in quel tono aggressivo ed impertinente.Nella carrozza era già buio e mancavano poche ore all'arrivo,non riuscivo a scorgere il viso del giovane a causa del buio e della zazzera,come avrebbe detto Adele.Il passeggero mi aveva rivolto la parola in tedesco, lingua che capivo alla perfezione,ma, in quanto alla pronuncia...
-Buonasera.la invito a non rivolgermi la parola-
-Lei desidera che io le chieda di parlarle!- rispose in tono insolente.
-Le ho detto di stare zitto!-ribattei stizzita -e la prego di non fare l'impertinente con una come me.-
-Come dice lei, madama.mio Dio,non avevo capito di essere al cospetto di una principessa!-
Si tolse il cappello scimmiottando un inchino.
-Madama,permette?-
Si levò gli stivali e appoggiò gli stivali sul sedile accanto al mio.
-Signore,lei è di una maleducazione inaudita,non ho intenzione di fare un centimetro in più accanto a lei.-
-Andiamo,via! Mi deve sopportare fino a Vienna,dove sarebbe sola,in una città sconosciuta,dove qualcuno potrebbe adocchiare...le sue grazie-
e lanciò un'occhiata significativa al mio corsetto.
Io ero rimasta soffocata e senza parole dallo sdegno.Come osava rivolgermi frasi così deliberatamente offensive?Mai nessuno aveva osato trattarmi così.Non rispose e il giovane continuò nei suoi discorsi impertinenti.Io fui tentata di mettermi a litigare,ma raccogliendo le sue allusioni mi sarei mostrata non degna del mio rango,così mi sistemai lo chignon e guardai fuori dal finestrino per un pezzo,fino a che non mi accorsi che il giovane aveva lasciato il suo posto ed era venuto a sedersi vicino a me.Io mi scostai,mìnon sapendo più come fermare quel ragazzo insolente.Ma lui,avendomi vista scostarmi mi prese il viso tra le mani con una mossa rapida,aveva delle mani straordinariamente forti e agili,da musicista e mi costrinse a guardarlo negli occhi.io ero sdegnata,mai nessuno prima aveva osato toccarmi senza il mio permesso;ma i pensieri svanirono quando quando lo guardai.Era molto bello,di una bellezza insolita e particolare e molto diversa da quella di Wolfgang.Il volto era incorniciato da lunghi capelli castani che scendevano in morbide onde sulle spalle,gli occhi poi erano meravigliosi,con pagliuzze verdi e dorate,aveva zigomi alti ed i lineamenti piuttosto regolari,labbra ben disegnate e dorso dritto.Io chiusi gli occhi,mi liberai da quella stretta e dissi furente: -Non sono disposta ad accettare violenze da nessuno,ne' tantomeno da uno sconosciuto,sia pure...-
Tacqui improvvisamente,mordendomi il labbro.Stavo quasi per dire "bello come voi",ma mi ricomposi nervosamente,con il cuore in tumulto,cercando di sentirmi offesa contro lo straniero,ma...inutilmente.Guardando il mio riflesso sul vetro della carrozza,notai che lui mi fissava ancora, così mi voltai mi voltai e guardandolo dritto negli occhi,domandai con voce piatta:
-Ebbene signore.Desidera qualcosa?-
Lui rispose prontamente.
-Sì,mi vorrei presentare:Herr Franz Heiden,al suo servizio.-
e cercò di prendermi la mano,ma io, ricordandomi improvvisamente di un'altra persona che si era presentata esattamente così,ritirai la mano senza un sorriso ed esclamai:
- Non mi interessa il vostro nome,e la prego come ho già fatto in precedenza di non rivolgermi la parola.
Lui parve stupito,ma non ribattè,e si limitò a sorridermi. Improvvisamente mi accorsi che il rimbombo degli zoccoli non era più come in aperta campagna,ma risuonavano finalmente in una strada.Tirai le tende,e guardando fuori vidi una strada illuminata,e case,case,case!Ero così felice di essere arrivata dopo un viaggio così lungo,che balzai in piedi,esclamando: Evviva! Finalmente!
Io mi affrettai a tirare giù il mio bagaglio,sperando che il mio compagno di viaggio venisse in mio aiuto,ma lui poco galantemente mi ignorò,anzi,si distese sul sedile facendo schioccare la lingua.Io,soffocando il violento impulso di fargli cadere la valigia in testa, posai a terra il baule e attesi in piedi che la carrozza si fermasse.Tutto d'un tratto il dondolio della carrozza svanì,io ero talmente abituata a quel sottofondo che rimasi interdetta,Ma poi la porta si spalancò,mi precipitai fuori e respirai profondamente l'aria fresca.Ah,quanto mi era mancata!Rimasi un attimo in attesa che il mio compagno scendesse;una calamita invisibile mi diceva di aspettarlo per accomiatarmi da lui.quando fummo entrambe a terra,seguii con lo sguardo la carrozza che si allontanava,e mi girai verso Heiden.Lui mi disse,con voce scherzosa ed insolente: -Ed ora madama,che farà,sola di notte a Vienna?Batterà i marciapiedi?Beh,se così stanno le cose non mi dispiacerebbe affatto avere l'onore di essere il suo primo cliente!-
Rimasi senza fiato dalla sorpresa,mai nessuno mi aveva mai offeso in quel modo! dandomi della...sgualdrina!Ero così furiosa che gli assestai un violento schiaffo,e senza girarmi indietro,mi incamminai,trascinandomi dietro la valigia,con il respiro ancora affannoso dalla collera e dall'umiliazione.
***
A distanza di anni,rimpiango tanto quel breve viaggio in carrozza che feci con l'uomo che due mesi dopo sposai,con il padre dei miei figli,con il giovane dalla "zazzera" che avevo schiaffeggiato,con l'uomo che mi aveva derisa,ma con l'uomo che amavo.
Le Poesie
Ad AmyDolce Amy quel tuo viso
pareva un ritaglio di paradiso
circonfuso da un'aura di sole
che al profumo delle viole
qualcosa hanno tolto
tu come una stella,mi guidi.
Rose
Ti rivedo ancora, cercavi di farmi credere a cose
non vere ma anche le rose
che coglievi in giardino...
ti rivedo ancora
stagliata contro il rosso del tramonto
e penso a te, anche se sei lontana.
Speranza
Quando verrai sulla mia tomba,
abbi fede,sappi che io
sono sempre con te.
Porta i fiori,abbi speranza
che io non sia mai morta
ma che sia ancora con te.
Il Prato
Amy,ti ricordi quando
giocando,giocando
ridevamo nei prati
cantavamo a squarciagola,nulla ci importava
ma ora,ma ora?
vorrei rotolarmi giù dalla collina
ma una parte di me
è ormai vuota.
Sogni
chissà quando ci rincontreremo
quando ci parleremo,
ma io so
che davanti a un albero fiorito
parleremo delle cose sparite
e voleremo sulle ali della memoria
tra sogni e gloria.
Fiordalisi
Carissima Amy
non dimenticherò mai quando
quella sera in cui tornai
trovai un mazzo di fiordalisi
in pieno inverno.
Vedendo quei fiori blu
lo sai solo tu,
quanto ho pianto!
Fiori Gialli
Quando ti portai i fiori,
cara Amy
pensai di farti cosa gradita
ma tu mi confidasti impaurita
che odiavi i fiori gialli
così da allora ti portai solo
fiori rosa.
Castagna
Cara piccolina
dalla fata della cucina
alle streghe della cantina
ti divertivi da piccina ad inventar per me.
Io aspettavo,come una castagna
una vera cuccagna
eri tu!
ora sono io....e ti aspetto.
Il mercante e la contessa...

Era il 28 Agosto 1807 quando una caravella carica di stoffe preziose provenienti dall'India,dal Sud Ovest dell'Asia e dal centro di Costantinopoli fece scalo a Venezia.
"Una grande comissione di sete e broccati",recitava il telegramma postato Venezia tre mesi prima, in onore del gran ballo della famiglia Fiorfreschi. "La contessa Isabella Fiorfreschi urgono un nuovo vestito da ballo sfarzoso al punto giusto." recitava ancora il telegramma. E fu così che la caravella Agostina III era sbarcata al porticciolo,con il suo preziosissimo carico, e con a bordo un giovane mercante.Il suo nome era Manfréd Gustave De La Mare,ed i suoi occhi -a detta di tutti-avevano un fascino speciale.A bordo c'era anche suo padre,il ricchissimo banchiere Pierre Auguste De La Mare,un vero asso in furbizia e pieno di risorse. Manfréd era nato a Londra nel 1700,a "Cavallo del Secolo",e ciò gli aveva portato fortuna.Era stato istruito personalmente dal padre,che lo aveva da subito indirizzato agli affari e al lusso del piacere.I risultati si erano presto fatti sentire,e il giovane De La Mare,i cui avi erano contadini,era presto diventato il rampollo più invidiato."La scusa è delle sete,ma in realtà vogliamo lui" ,era il pretesto per averlo ospite d un ballo, e perchè no, anche di qualcosa di più.Il giovanissimo mercante,che sapeva bere sette bicchieri di scotch wisky in un colpo solo,e che comunque rimaneva sobrio, era l'uomo più desiderato dalle giovani dell'epoca. Non vi era famiglia che nell'arco di sette miglia,appena sentiva il nome "De La Mare"che non facesse a gara per invitarlo a cena e non corresse a stringere il busto alla figlia maggiore.Solo le famiglie più ricche,quelle dinastie nobili intramontabili lo schizzavano.E se lo invitavano,si poteva stare certi che era solo per le sete.E basta.Il telegramma aveva parlato chiaro,servivano sete e drappi d'Asia urgentemente. La maggiore delle figlie,una certa Isabella, dava un gran ballo per il suo debutto in società,e avrebbe quella sera stessa dovuto annunciare il fidanzamento con un certo marchese Hortoix.La giovane dunque si sarebbe dovuta prendere un marito di mezza età,lei,che aveva appena sedici anni.E il buon nome della Casata Fiorfreschi sarebbe stato salvo.La giovane,la piccola Isabella Maria Angelica Fiorfreschi,era la prima di quattro figli,dei quali l'ultimo era ancora in fasce.La ragazza possedeva una bellezza strana,famosa in tutta la Contea.Aveva un'indole incredibilmente docile e remissiva,passava ore chiusa nella sua stanza,a sognare una vita diversa.le sue giornate erano puntualmente scandite dai precettori,dal maestro di danza e dall'acconciatore, ogni giorno la fanciulla riceveva la benedizione di sua madre e passava interminabili ore a pregare,sul suo inginocchiatoio imbottito di velluto.Nessuno si sarebbe aspettato quello che appena poche ore dopo sarebbe accaduto.e quella sera stessa avrebbe dovuto giurare devozione ad un uomo del quale a malapena aveva scorto il ritratto,e del quale sapeva solo il nome e la provenienza,Parigi. Quel pomeriggio la giovene Isabella aveva pregato e pianto fiumi di lacrime,sperando inutilmente di schivare la sua sorte.Aveva pianto tra le braccia di Solange,la bambinaia che l'aveva vista nascere,e che avrebbe voluto quanto lei una situazione diversa,dettata dal cuore.La sera prima, era stata scortato nei suoi appartamenti un certo De La Mare, che avrebbe dovuto cucirle su misura un vestito. Era entrato,con disinvoltura,ma appena aveva incrociato gli occhi di Isabella,sentì che sarebbe dovuta essere lei,e nessun'altra. Lasciò che il sarto la misurasse;prima le gambe poi la vita; appena 55 centimetri,la più piccola che avesse mai visto. notò anche che gli occhi della fanciulla erano rossi di pianto,e gonfi,e che le guance avevano ancora un nonsochè di infantile. Per lei scelse una seta chiarissima,come i suoi occhi,che erano color fiordaliso,e in quell'attimo,davanti a tutti,l'aveva guardata negli occhi.Un giovane ed una fanciulla.Che si amarono da subito.
La sera stessa Manfréd la portò via con sé, e davanti a tutti la costrinse a dichiarare il suo amore. Gioachino Fiorfreschi,la sera stessa la cacciò di casa,urlandole parole irripetibili,e la sera fu distrutta.Il marchese di Horcoix rovesciò il piatto di portata, la madre schiaffeggiò violentemente la figlia, il giovane mercante fuggì,con la sua giovane sposa lontano, Solange pianse di gioia.La contessina Isabella Fiorfreschi non aveva più niente,se non il vestito color fiordaliso e Solange,ma in compenso aveva ricevuto molto di più. Una settimana dopo era sposata, un mese dopo giunse un telegramma di scomunica da parte della famiglia, due mesi dopo era vedova e otto mesi più tardi madre,sola, con uno stuolo di servitù in un'immensa tenuta,una persona amica soltanto,la sua vecchia bambinaia,la stessa che tempo prima le aveva letto il teelgramma che annunciava il naufragio della Agostina III in un golfo dell'India,la stessa che aveva asciugato le sue lacrime,la stessa che aveva portato alla vita due belle bambine,a pochi istanti l'una dall'altra,la stessa che aveva loro dato un nome,dato che la madre era troppo debole per farlo,sconvolta dal recente lutto. La più robusta l'aveva chiamata Elizabeth, la più fragile,Diane.
Elizabeth e Diane De La Mare,coloro che assistettero all'ascesa e al declino di un Impero,all'epilogo di una famiglia.
"Una grande comissione di sete e broccati",recitava il telegramma postato Venezia tre mesi prima, in onore del gran ballo della famiglia Fiorfreschi. "La contessa Isabella Fiorfreschi urgono un nuovo vestito da ballo sfarzoso al punto giusto." recitava ancora il telegramma. E fu così che la caravella Agostina III era sbarcata al porticciolo,con il suo preziosissimo carico, e con a bordo un giovane mercante.Il suo nome era Manfréd Gustave De La Mare,ed i suoi occhi -a detta di tutti-avevano un fascino speciale.A bordo c'era anche suo padre,il ricchissimo banchiere Pierre Auguste De La Mare,un vero asso in furbizia e pieno di risorse. Manfréd era nato a Londra nel 1700,a "Cavallo del Secolo",e ciò gli aveva portato fortuna.Era stato istruito personalmente dal padre,che lo aveva da subito indirizzato agli affari e al lusso del piacere.I risultati si erano presto fatti sentire,e il giovane De La Mare,i cui avi erano contadini,era presto diventato il rampollo più invidiato."La scusa è delle sete,ma in realtà vogliamo lui" ,era il pretesto per averlo ospite d un ballo, e perchè no, anche di qualcosa di più.Il giovanissimo mercante,che sapeva bere sette bicchieri di scotch wisky in un colpo solo,e che comunque rimaneva sobrio, era l'uomo più desiderato dalle giovani dell'epoca. Non vi era famiglia che nell'arco di sette miglia,appena sentiva il nome "De La Mare"che non facesse a gara per invitarlo a cena e non corresse a stringere il busto alla figlia maggiore.Solo le famiglie più ricche,quelle dinastie nobili intramontabili lo schizzavano.E se lo invitavano,si poteva stare certi che era solo per le sete.E basta.Il telegramma aveva parlato chiaro,servivano sete e drappi d'Asia urgentemente. La maggiore delle figlie,una certa Isabella, dava un gran ballo per il suo debutto in società,e avrebbe quella sera stessa dovuto annunciare il fidanzamento con un certo marchese Hortoix.La giovane dunque si sarebbe dovuta prendere un marito di mezza età,lei,che aveva appena sedici anni.E il buon nome della Casata Fiorfreschi sarebbe stato salvo.La giovane,la piccola Isabella Maria Angelica Fiorfreschi,era la prima di quattro figli,dei quali l'ultimo era ancora in fasce.La ragazza possedeva una bellezza strana,famosa in tutta la Contea.Aveva un'indole incredibilmente docile e remissiva,passava ore chiusa nella sua stanza,a sognare una vita diversa.le sue giornate erano puntualmente scandite dai precettori,dal maestro di danza e dall'acconciatore, ogni giorno la fanciulla riceveva la benedizione di sua madre e passava interminabili ore a pregare,sul suo inginocchiatoio imbottito di velluto.Nessuno si sarebbe aspettato quello che appena poche ore dopo sarebbe accaduto.e quella sera stessa avrebbe dovuto giurare devozione ad un uomo del quale a malapena aveva scorto il ritratto,e del quale sapeva solo il nome e la provenienza,Parigi. Quel pomeriggio la giovene Isabella aveva pregato e pianto fiumi di lacrime,sperando inutilmente di schivare la sua sorte.Aveva pianto tra le braccia di Solange,la bambinaia che l'aveva vista nascere,e che avrebbe voluto quanto lei una situazione diversa,dettata dal cuore.La sera prima, era stata scortato nei suoi appartamenti un certo De La Mare, che avrebbe dovuto cucirle su misura un vestito. Era entrato,con disinvoltura,ma appena aveva incrociato gli occhi di Isabella,sentì che sarebbe dovuta essere lei,e nessun'altra. Lasciò che il sarto la misurasse;prima le gambe poi la vita; appena 55 centimetri,la più piccola che avesse mai visto. notò anche che gli occhi della fanciulla erano rossi di pianto,e gonfi,e che le guance avevano ancora un nonsochè di infantile. Per lei scelse una seta chiarissima,come i suoi occhi,che erano color fiordaliso,e in quell'attimo,davanti a tutti,l'aveva guardata negli occhi.Un giovane ed una fanciulla.Che si amarono da subito.
La sera stessa Manfréd la portò via con sé, e davanti a tutti la costrinse a dichiarare il suo amore. Gioachino Fiorfreschi,la sera stessa la cacciò di casa,urlandole parole irripetibili,e la sera fu distrutta.Il marchese di Horcoix rovesciò il piatto di portata, la madre schiaffeggiò violentemente la figlia, il giovane mercante fuggì,con la sua giovane sposa lontano, Solange pianse di gioia.La contessina Isabella Fiorfreschi non aveva più niente,se non il vestito color fiordaliso e Solange,ma in compenso aveva ricevuto molto di più. Una settimana dopo era sposata, un mese dopo giunse un telegramma di scomunica da parte della famiglia, due mesi dopo era vedova e otto mesi più tardi madre,sola, con uno stuolo di servitù in un'immensa tenuta,una persona amica soltanto,la sua vecchia bambinaia,la stessa che tempo prima le aveva letto il teelgramma che annunciava il naufragio della Agostina III in un golfo dell'India,la stessa che aveva asciugato le sue lacrime,la stessa che aveva portato alla vita due belle bambine,a pochi istanti l'una dall'altra,la stessa che aveva loro dato un nome,dato che la madre era troppo debole per farlo,sconvolta dal recente lutto. La più robusta l'aveva chiamata Elizabeth, la più fragile,Diane.
Elizabeth e Diane De La Mare,coloro che assistettero all'ascesa e al declino di un Impero,all'epilogo di una famiglia.
L'incontro di Beth e Wolfie
Diario di una vita
Capitolo 27 “Beth e Wolfie”
Caro diario l’ultima volta che ho sfogliato e vergato queste pagine è stato appena una settimana fa, ma che settimana! Comunque sarà meglio ripartire dall’inizio cioè da quando Julien è venuto a prendermi alla corriera, il patrigno è veramente un bravuomo ma è un impiastro. Dunque, percorrendo i viali spogli e le strade deserte avevo il cuore pieno di gioia e di aspettativa al pensiero di riabbracciare finalmente la mia adorata sorella e invece… Scendo dalla carrozza con le vesti impolverate i capelli tutti in disordine “fa niente “ penso”Amy me lo perdonerà”, scendendo inciampo nel predellino che Julien ha montato male, ma io non ci bado impegnata come sono a slanciarmi verso la coppia che mi aspetta al cancello. La” coppia” e quello chi è? Ma non faccio in tempo a fermarmi , anzi accelero,il vento mi sferza i capelli a le forcine sono ormai volate chi sa dove. All’ultimo momento Amy si sposta e io finisco tra le braccia dello sconosciuto. Non appena alzo gli occhi
vorrei sprofondare al centro della terra e mi accorgo di aver fatto un emerita figura di...Mi trovavo tra le braccia del ragazzo più terribilmente bello che avessi mai visto. Aveva due meravigliosi occhi grigi, profondi come il mare in burrasca e dal taglio lievemente a mandorla e dei capelli color dal grano maturo. Indossava pantaloni grigi e una camicia nera aperta sul collo, e sebbene fosse già inverno inoltrato era abbronzato e aveva un mantello nero distrattamente gettato s una spalla. Solo quando lo sguardo dell’affascinante sconosciuto si posò su di me spostandosi dai capelli arruffati dal vento, alle scarpe con il tacco basso da bambina, mi ricordai di avere indosso la gonna informe e l’insignificante pullover dell’uniforme scolastica. In meno di dieci secondi la mia vita era cambiata, chi ero io? Chi era quell’essere vestito di bianco che mi guardava sorpreso e deluso (Amy) non mi importava boh, non mi importava,volevo rimanere per sempre a fissare quegli occhi grigi e a bearmi della visione di quel campo di grano fuori stagione. Poi il ragazzo parlo con voce dolce e musicale –Salve, tu devi essere Elisabeth! Wolfgang Amadeus Mozart al vostro servizio madamigella!- detto questo chinò la testa e mi sfiorò la mano con le labbra in un abbozzo di inchino credevo di svenire. Il pensiero, anzi il suo tocco leggero e la pressione delle sue labbra sulla mia mano mi aveva mandato il cuore in tumulto, continuavo a toccarmi il punto dove lui mi aveva baciato, senza
Caro diario l’ultima volta che ho sfogliato e vergato queste pagine è stato appena una settimana fa, ma che settimana! Comunque sarà meglio ripartire dall’inizio cioè da quando Julien è venuto a prendermi alla corriera, il patrigno è veramente un bravuomo ma è un impiastro. Dunque, percorrendo i viali spogli e le strade deserte avevo il cuore pieno di gioia e di aspettativa al pensiero di riabbracciare finalmente la mia adorata sorella e invece… Scendo dalla carrozza con le vesti impolverate i capelli tutti in disordine “fa niente “ penso”Amy me lo perdonerà”, scendendo inciampo nel predellino che Julien ha montato male, ma io non ci bado impegnata come sono a slanciarmi verso la coppia che mi aspetta al cancello. La” coppia” e quello chi è? Ma non faccio in tempo a fermarmi , anzi accelero,il vento mi sferza i capelli a le forcine sono ormai volate chi sa dove. All’ultimo momento Amy si sposta e io finisco tra le braccia dello sconosciuto. Non appena alzo gli occhi
Il Coraggio di Elizabeth

In un lampo Beth avvertì le mani del sottoufficiale Wilkins aprirle il corsetto,a strattoni,e in un lampo si trovò esterrefatta.Avrebbe voluto urlare,gridare a pieni polmoni,ma sebbene nulla le impedisse di farlo,non riuscì a trovarne la forza.Sentiva le voci,sommesse,in cerca di un accordo dall'altra parte del muro.Una,la più agitata,era quella di Franz.E lei che non trovava la forza per liberarsi dalla sordidità di quella situazione.lei,Elizabeth De La Mare,derubata così del suo onore?Non poteva permetterlo.In un attimo afferrò il pesante acndeliere di bronzo,e altrettanto prontamente avrebbe voluto calarlo sulla testa dell'uomo,ma questo fu più pronto di lei,e,bloccandole il braccio,fece cadere l'oggetto ai suoi piedi.dalla sua bocca uscì un insulto impronunciabile.Il fragore procurato dal candelabro fu enorme,e immediato fu l'arrivo di Franz nella stanza,seguito a ruota dal tenente e dal Caporale Johnson.
-E'così che vi fate servire il caffè dalla signora,eh? Vergognatevi!-urlò con ferocia il tenente,colpendolo fortemente sul capo.
In quell'attimo tutta la rabbia di Beth esplose,come un tuono nel cielo terso.
Iniziò a urlare,a colpirlo con ferocia con tutto ciò che le capitava a tiro,gridando,fuori di sé.In un attimo tutto era passato,non rimaneva che lei,completamente vuota.Si accasciò su una piccola poltroncina,iniziò a piangere,le lacrime non ne sapevano di fermarsi.Non le importava più di quello che stava succedendo,nè di Franz che ad un passo da lei urlava parole ingiuriose,mettendo tutti alla porta.In un attimo fu accanto a lei.
-Elizabeth,ti ha fatto del mele?-
-No-
-Beth,dimmi la verità-
-Non mi ha fatto niente-
Franz la strinse forte,in un attimo,rincuorato,tutta la sua rabbia sbollì.
-Le mie scuse più profonde,signora.Mie e di tutta la legione,siamo desolati.-
-Si tenga per sé le sue scuse,colonnello Johnson.Quello che uno dei vostri ha tentato di fare è inaudito.Il "Nuovo Mondo",vi chiamano,ha! Siete tutti dei porci,maledetti!Via di qui,subito!-
La mano del tenente abbassò l'indice imperioso di Franz.
-Abbassi la testa! Le ripeto che siamo desolati,ma non le conviene usare questi toni con me,signor Heiden,non ne ha il dirito.La situazione la teniamo in pugno noi,adesso.-
- Stia zitto!Guardate mia moglie,cosa avete tentato di fare...voi...voi non potete...-
-Oh,si possiamo eccome! Allora...le cose stanno così,come fino ad un attimo fa,prima che questo increscioso incidente si verificasse,vi stavo dicendo...-
Franz strinse ancora più a sé Beth,che con sguardo terrorizzato cercava di tenersi in piedi,appoggiata ad un tavolino.
-Sulla tenuta il governo ha appeso un'imposta di circa 900.000 dollari.Voi non li avete.....-
Il pensiero di Beth corse subito a Wolfie...per un attimo desiderò soltanto di mettersi a sedere,prendersi la testa tra le mani e piangere,ma fino a prova contraria era ancora la signora De La Mare.Doveva difendere se stessa,doveva difendere il ricordo di Amy.
-...e allora questa baracca ce la prendiamo noi.Avete tre giorni di tempo per sloggiare- concluse il tenente,facendo spaziare lo sguardo sulle argenterie e sul pesante bracciale d'oro che adornava il polso della contessa.
-La frughiamo?-sussurrò il tenente al caporale.Questo assentì.
In un attimo il bracciale venne strappato dal polso di Beth.Gli occhi le si riempirono di odio.Quel bracciale,che aveva visto tante volte al collo di sua madre,toccata da quelle sordide dita?Non era possibile.
-Lasciatelo immediatamente!-Gridò Elizabeth,avventandosi sugli invasori.
Franz la trattenne.
Un attimo dopo,gli aggressori si avventarono al collo,una mano già posata sul medaglione.
-Non lo fate-
la voce di Beth,appiattita dalla collera e dal dolore,appariva quasi minacciosa.
Gli uomini lasciarono la presa.
-Per ora basta.-l'ufficiale trattenne i due.
-Non vi ho detto questo.Restituite il bracciale alla signora.Non dimenticate che siamo ancora suoi ospiti.-
-Ancora per poco....-sghignazzò Johnson.
-FUORI!- gridò Franz.Ad un cenno del colonnello,i due uscirono,lasciando cadere a terra il braccialetto.
-Va bene.tre giorni sono troppo pochi.Vi do una settimana.Sono desolato,ma questi sono gli ordini.-
Franz assentì.
-Che cosa farete qua dentro?Brucerete tutto?-
-Oh,no,no.E' troppo grande, vi faranno un'ordine,o una casa,se lasciate la servitù.-
-Prima che voi possiate fare ciò,avrò bruciato io stessa queste stanze,e avrò cosparso di sale la terra,affinchè niente resti come io lo lascio.E distruggrò gli argenti,prima ancora che possiate colmarli di vino,ne siate pur certo,colonnello.-
Ora la voce di Beth era ferma.
-Vi ammiro,contessa De La Mare.Siete una donna coraggiosa.Vi auguro fortuna io stesso.Addio,e che Dio vi protegga e vi aiuti.-
Si levò il cappello con aria beffarda,e battuti i tacchi corse via,intascando il bracciale che nessuno aveva raccolto.
Beth finalmente potè concedersi il lusso di sedersi,e di stringere il medaglione che tanto aveva difeso.lo aprì.dentro,il ritratto di Amy,protetto dal vetro,impedì ad una lacrima di bagnarlo.Elizabeth lo richiuse con uno scatto.
-mamma...-intanto il piccolo Claude era sceso dalle scale,un piccolo fiore nella mano.
-Per zia Amy...-sussurrò.Beth lo abbracciò,scompigliandogli i bei capelli d'oro.
Come avrebbero fatto? Dove sarebbero andati?Franz si sedette accanto a lei.
Si,andava tutto bene.Avrebbe pianto molto,ma avrebbe imparato ad asciugarsi le lacrime.
-E'così che vi fate servire il caffè dalla signora,eh? Vergognatevi!-urlò con ferocia il tenente,colpendolo fortemente sul capo.
In quell'attimo tutta la rabbia di Beth esplose,come un tuono nel cielo terso.
Iniziò a urlare,a colpirlo con ferocia con tutto ciò che le capitava a tiro,gridando,fuori di sé.In un attimo tutto era passato,non rimaneva che lei,completamente vuota.Si accasciò su una piccola poltroncina,iniziò a piangere,le lacrime non ne sapevano di fermarsi.Non le importava più di quello che stava succedendo,nè di Franz che ad un passo da lei urlava parole ingiuriose,mettendo tutti alla porta.In un attimo fu accanto a lei.
-Elizabeth,ti ha fatto del mele?-
-No-
-Beth,dimmi la verità-
-Non mi ha fatto niente-
Franz la strinse forte,in un attimo,rincuorato,tutta la sua rabbia sbollì.
-Le mie scuse più profonde,signora.Mie e di tutta la legione,siamo desolati.-
-Si tenga per sé le sue scuse,colonnello Johnson.Quello che uno dei vostri ha tentato di fare è inaudito.Il "Nuovo Mondo",vi chiamano,ha! Siete tutti dei porci,maledetti!Via di qui,subito!-
La mano del tenente abbassò l'indice imperioso di Franz.
-Abbassi la testa! Le ripeto che siamo desolati,ma non le conviene usare questi toni con me,signor Heiden,non ne ha il dirito.La situazione la teniamo in pugno noi,adesso.-
- Stia zitto!Guardate mia moglie,cosa avete tentato di fare...voi...voi non potete...-
-Oh,si possiamo eccome! Allora...le cose stanno così,come fino ad un attimo fa,prima che questo increscioso incidente si verificasse,vi stavo dicendo...-
Franz strinse ancora più a sé Beth,che con sguardo terrorizzato cercava di tenersi in piedi,appoggiata ad un tavolino.
-Sulla tenuta il governo ha appeso un'imposta di circa 900.000 dollari.Voi non li avete.....-
Il pensiero di Beth corse subito a Wolfie...per un attimo desiderò soltanto di mettersi a sedere,prendersi la testa tra le mani e piangere,ma fino a prova contraria era ancora la signora De La Mare.Doveva difendere se stessa,doveva difendere il ricordo di Amy.
-...e allora questa baracca ce la prendiamo noi.Avete tre giorni di tempo per sloggiare- concluse il tenente,facendo spaziare lo sguardo sulle argenterie e sul pesante bracciale d'oro che adornava il polso della contessa.
-La frughiamo?-sussurrò il tenente al caporale.Questo assentì.
In un attimo il bracciale venne strappato dal polso di Beth.Gli occhi le si riempirono di odio.Quel bracciale,che aveva visto tante volte al collo di sua madre,toccata da quelle sordide dita?Non era possibile.
-Lasciatelo immediatamente!-Gridò Elizabeth,avventandosi sugli invasori.
Franz la trattenne.
Un attimo dopo,gli aggressori si avventarono al collo,una mano già posata sul medaglione.
-Non lo fate-
la voce di Beth,appiattita dalla collera e dal dolore,appariva quasi minacciosa.
Gli uomini lasciarono la presa.
-Per ora basta.-l'ufficiale trattenne i due.
-Non vi ho detto questo.Restituite il bracciale alla signora.Non dimenticate che siamo ancora suoi ospiti.-
-Ancora per poco....-sghignazzò Johnson.
-FUORI!- gridò Franz.Ad un cenno del colonnello,i due uscirono,lasciando cadere a terra il braccialetto.
-Va bene.tre giorni sono troppo pochi.Vi do una settimana.Sono desolato,ma questi sono gli ordini.-
Franz assentì.
-Che cosa farete qua dentro?Brucerete tutto?-
-Oh,no,no.E' troppo grande, vi faranno un'ordine,o una casa,se lasciate la servitù.-
-Prima che voi possiate fare ciò,avrò bruciato io stessa queste stanze,e avrò cosparso di sale la terra,affinchè niente resti come io lo lascio.E distruggrò gli argenti,prima ancora che possiate colmarli di vino,ne siate pur certo,colonnello.-
Ora la voce di Beth era ferma.
-Vi ammiro,contessa De La Mare.Siete una donna coraggiosa.Vi auguro fortuna io stesso.Addio,e che Dio vi protegga e vi aiuti.-
Si levò il cappello con aria beffarda,e battuti i tacchi corse via,intascando il bracciale che nessuno aveva raccolto.
Beth finalmente potè concedersi il lusso di sedersi,e di stringere il medaglione che tanto aveva difeso.lo aprì.dentro,il ritratto di Amy,protetto dal vetro,impedì ad una lacrima di bagnarlo.Elizabeth lo richiuse con uno scatto.
-mamma...-intanto il piccolo Claude era sceso dalle scale,un piccolo fiore nella mano.
-Per zia Amy...-sussurrò.Beth lo abbracciò,scompigliandogli i bei capelli d'oro.
Come avrebbero fatto? Dove sarebbero andati?Franz si sedette accanto a lei.
Si,andava tutto bene.Avrebbe pianto molto,ma avrebbe imparato ad asciugarsi le lacrime.
martedì 23 dicembre 2008
Clara Wiggins il seguito...
Clara Wiggins
Clara intanto era rimasta imbambolata sulla soglia. Helen, la sua migliore amica, figlia dei proprietari del negozio più bello di tutto mondo?
- Papà, questa è Clara, la ragazza di cui ti ho parlato -
Helen le indirizzò un sorriso rassicurante e le corse incontro prendendole la mano e la scortò fino al bancone del padre.
-Credo che Clara si debba sentire autorizzata a prendere tutto ciò che desidera… Non è vero papà?-
Detto, questo sussurrò al padre
-Ti giuro che non ho mai visto una ragazza così papà… Nessuno è più degno di questo regalo… per favoooooreeee!-
E con uno sguardo implorante Helen si allontanò dal padre e condusse Clara all’interno del negozio.
Quando entrarono Clara trattenne a stento un grido di meraviglia alla vista di quel bendiddio, era come se tutti i sogni e i desideri dei bambini si fossero materializzati in un solo posto. Prima di tutto la sala era grande come la caverna delle fate di cui si parlava nell’unico volumetto sgualcito, una raccolta di fiabe, l’unico libro che possedesse e che era religiosamente conservato in fondo alla piccola cesta contenente tutti i suoi beni. Quante volte, nelle fredde sere d’inverno Clara aveva narrato ai suoi fratellini le storie di elfi, fate e streghe nelle speranza di far loro dimenticare il gelo che li tormentava e distrarli dalla vista dell’inutile stufa vuota senza carbone. E poi la sera quando finalmente aveva messo tutti i piccoli a letto e rimboccato loro le coperte, era puntualmente richiamata dalle urla disperate di Demi, che malgrado si vantasse di essere un “ometto coraggioso” aveva gli incubi infestati dall’orco cattivo e dalla strega malvagia. Era stato in una di quelle sere che Clara aveva inventato, per consolare il fratellino, la “caverna delle fate”. E ora si trovava proprio lì nel luogo magico dei suoi racconti. Le pareti erano rivestite di scaffali laccati di bianco e oro, intagliati e alti fino al soffitto, straboccanti di oggetti di ogni forma e dimensione. Da trenini di latta colorata, come quello tanto a lungo sognato da Demi a Bambole grandi come Lulù e poi trottole, cerchi, servizi da the in miniatura, orsetti di stoffa, casette delle bambole, barchette di sughero, carrozzine e tutto ciò che può venire in mente a un bambino. Helen si trovava già a metà stanza, senza degnare i giocattoli di uno sguardo ma Clara era rimasta così sbalordita da non riuscire ad avanzare di un passo. Mai quando passava davanti alla vetrina di quel negozio, aveva immaginato che l’interno fosse così sbalorditivo, e quando vi era venuta col padre, era tanto assorta dalla sua bella trottola azzurra da far caso a malapena a ciò che la circondava. Helen vedendo che l’amica esitava le corse incontro e la tirò per un braccio dicendo:
-Dai Clara! Non vorrai perdere tempo qui nel reparto bambini! Casomai ci ritorneremo più tardi per prendere dei regali ai tuoi fratellini!- Detto questo la condusse nell’altro reparto del quale Clara fu, se possibile ancora più entusiasta dell’altro. Questo conteneva deliziosi abitini, materiale scolastico ma soprattutto libri… L’ora che Clara trascorse all’interno del Signor Toy’s Paradise fu una delle più belle della sua vita, e, quando uscì dal negozio carica di pacchi, si sentiva stordita e non riusciva ancora a capacitarsi che quello che era successo fosse vero. Così salutò Helen con gli occhi pieni di lacrime di gratitudine e imbarazzo e le rispose con un cenno quando Helen disse:
- Ricorda che tu e la tua famiglia siete sempre i benvenuti qui!-
Durante tutto il viaggio in calesse Clara guidò Harvey con mano distratta che non le era propria, ma d'altronde come poteva essere concentrata su cose insignificanti come la guida quando aveva la mente ancora piena degli splendidi oggetti che aveva appena visto e soprattutto quando aspettava con incredibile gioia e anche una punta di timore il momento del suo arrivo a casa. Suo padre non l’aveva mai picchiata, ma come avrebbe reagito, quando avrebbe saputo che aveva accettato l’altrui elemosina… E l’orgogliosa madame Margot… Meglio pensare solo all’incontenibile gioia dei fratellini quando avrebbero visto quel bendiddio, anche se i genitori l’avrebbero subito costretta a restituire tutto…
- Razza di incapace! Ma che c’hai du’ova sull’occhi! Imbranat… Ma buon dio… Sei la piccola dei Wiggins…Che mi venga un colpo eppure mi avevano detto che eri una tipa a posto!-.
Clara si stava per mettersi a piangere a sentire quelle parole, lei che era sempre stata un’ottima guidatrice, essere
ripresa a quel modo… Assorta com’era nelle sue riflessioni non si accorse di essere arrivata a casa, si riscosse solo quando udì le urla dei fratellini - Clara è arrivata!!!- a quelle parole risuonò un grido, seguito da un tonfo… Clara si precipitò in casa dove trovò il caos più totale. Sua madre accasciata su una sedia in singhiozzi, suo padre
Clara intanto era rimasta imbambolata sulla soglia. Helen, la sua migliore amica, figlia dei proprietari del negozio più bello di tutto mondo?
- Papà, questa è Clara, la ragazza di cui ti ho parlato -
Helen le indirizzò un sorriso rassicurante e le corse incontro prendendole la mano e la scortò fino al bancone del padre.
-Credo che Clara si debba sentire autorizzata a prendere tutto ciò che desidera… Non è vero papà?-
Detto, questo sussurrò al padre
-Ti giuro che non ho mai visto una ragazza così papà… Nessuno è più degno di questo regalo… per favoooooreeee!-
E con uno sguardo implorante Helen si allontanò dal padre e condusse Clara all’interno del negozio.
Quando entrarono Clara trattenne a stento un grido di meraviglia alla vista di quel bendiddio, era come se tutti i sogni e i desideri dei bambini si fossero materializzati in un solo posto. Prima di tutto la sala era grande come la caverna delle fate di cui si parlava nell’unico volumetto sgualcito, una raccolta di fiabe, l’unico libro che possedesse e che era religiosamente conservato in fondo alla piccola cesta contenente tutti i suoi beni. Quante volte, nelle fredde sere d’inverno Clara aveva narrato ai suoi fratellini le storie di elfi, fate e streghe nelle speranza di far loro dimenticare il gelo che li tormentava e distrarli dalla vista dell’inutile stufa vuota senza carbone. E poi la sera quando finalmente aveva messo tutti i piccoli a letto e rimboccato loro le coperte, era puntualmente richiamata dalle urla disperate di Demi, che malgrado si vantasse di essere un “ometto coraggioso” aveva gli incubi infestati dall’orco cattivo e dalla strega malvagia. Era stato in una di quelle sere che Clara aveva inventato, per consolare il fratellino, la “caverna delle fate”. E ora si trovava proprio lì nel luogo magico dei suoi racconti. Le pareti erano rivestite di scaffali laccati di bianco e oro, intagliati e alti fino al soffitto, straboccanti di oggetti di ogni forma e dimensione. Da trenini di latta colorata, come quello tanto a lungo sognato da Demi a Bambole grandi come Lulù e poi trottole, cerchi, servizi da the in miniatura, orsetti di stoffa, casette delle bambole, barchette di sughero, carrozzine e tutto ciò che può venire in mente a un bambino. Helen si trovava già a metà stanza, senza degnare i giocattoli di uno sguardo ma Clara era rimasta così sbalordita da non riuscire ad avanzare di un passo. Mai quando passava davanti alla vetrina di quel negozio, aveva immaginato che l’interno fosse così sbalorditivo, e quando vi era venuta col padre, era tanto assorta dalla sua bella trottola azzurra da far caso a malapena a ciò che la circondava. Helen vedendo che l’amica esitava le corse incontro e la tirò per un braccio dicendo:
-Dai Clara! Non vorrai perdere tempo qui nel reparto bambini! Casomai ci ritorneremo più tardi per prendere dei regali ai tuoi fratellini!- Detto questo la condusse nell’altro reparto del quale Clara fu, se possibile ancora più entusiasta dell’altro. Questo conteneva deliziosi abitini, materiale scolastico ma soprattutto libri… L’ora che Clara trascorse all’interno del Signor Toy’s Paradise fu una delle più belle della sua vita, e, quando uscì dal negozio carica di pacchi, si sentiva stordita e non riusciva ancora a capacitarsi che quello che era successo fosse vero. Così salutò Helen con gli occhi pieni di lacrime di gratitudine e imbarazzo e le rispose con un cenno quando Helen disse:
- Ricorda che tu e la tua famiglia siete sempre i benvenuti qui!-
Durante tutto il viaggio in calesse Clara guidò Harvey con mano distratta che non le era propria, ma d'altronde come poteva essere concentrata su cose insignificanti come la guida quando aveva la mente ancora piena degli splendidi oggetti che aveva appena visto e soprattutto quando aspettava con incredibile gioia e anche una punta di timore il momento del suo arrivo a casa. Suo padre non l’aveva mai picchiata, ma come avrebbe reagito, quando avrebbe saputo che aveva accettato l’altrui elemosina… E l’orgogliosa madame Margot… Meglio pensare solo all’incontenibile gioia dei fratellini quando avrebbero visto quel bendiddio, anche se i genitori l’avrebbero subito costretta a restituire tutto…
- Razza di incapace! Ma che c’hai du’ova sull’occhi! Imbranat… Ma buon dio… Sei la piccola dei Wiggins…Che mi venga un colpo eppure mi avevano detto che eri una tipa a posto!-.
Clara si stava per mettersi a piangere a sentire quelle parole, lei che era sempre stata un’ottima guidatrice, essere
ripresa a quel modo… Assorta com’era nelle sue riflessioni non si accorse di essere arrivata a casa, si riscosse solo quando udì le urla dei fratellini - Clara è arrivata!!!- a quelle parole risuonò un grido, seguito da un tonfo… Clara si precipitò in casa dove trovò il caos più totale. Sua madre accasciata su una sedia in singhiozzi, suo padre
Amy e Beth...Storia di un vita
Dal diario di Elisabeth
Sono lieta di poter finalmente tornare a vergare queste pagine.
Non lo credevo davvero dopo il mio terrificante viaggio, giuro che mai più Salirò su una nave né lascerò la mia amata casetta, ma ahimè questa orribile traversata oltre il tremendo dolore di lasciare mia sorella è il prezzo da pagare per essere voluta al college, qui a New Port,in Irlanda.Devo ammettere però che ne è valsa davvero la pena: Waterford è un posto davvero magnifico, ma sarà meglio iniziare da una descrizione accurata...Dunque il college si trova nell’ adorabile paesino di New Port,una cittadina abitata in prevalenza da pescatori,ed è situato nella parte “alta” del villaggio;alta proprio nel senso“glietterale”,come
Dice Adele della parola, visto che è un gigantesco edificio arroccato sull’unica altura del villaggio da cui domina tutte le casette sottostanti.
Io avrei preferito che il college fosse situato tra quelle pittoresche casupole colorate nel mezzo del via vai inarrestabile delle barche, dove il mare ti accompagna sempre con il suo dolce rombo...Comunque è lo stesso un bellissimo edificio:un complesso in stile elisabettiano con i muri color del cielo e ampie finestre stuccate;un lungo viale alberato conduce all’ampio portone d’ingresso. Il giardino è all’altezza di quello delle Americhe,con roseti ,fontane, statue e vialetti in un impeccabile stile italiano .Un imponente scalinata conduce al primo piano dove si trovano i dormitori femminili;ho scoperto con mio grande disappunto che la mia non è una camera singola ma che la dovrò dividere con due ragazze che non ho ancora conosciuto ma di cui so solo i nomi:Katherine Moore e Rosamund Landford. A parte questo la mia nuova stanza è il più grazioso e dolce nido che una ragazza possa sognare. Certo il tappeto di velluto dorato e le tende di raso che decoravano la mia camera nella villa sono scomparsi ma sono più contenta cosi .Il pavimento è coperto da un bello stuoino fatto a mano e le tende di fine mussola verde pallida lasciano entrare,svolazzante una brezza fragrante;le pareti sono ricoperte da un’allegra tappezzeria decorata con fiori di melo. Non ci sono più i bei mobili di mogano ma solo un'ampia libreria laccata di bianco,pronta ad accogliere i pesanti libroni su cui tra poco dovrò sudare sette camicie,una grande sedia a dondolo di vimini coperta da un cuscino colorato, un tavolino rivestito di mussola bianca,una deliziosa specchiera e tre bassi lettini anch’essi dipinti di bianco, completano l’arredamento. Appena arrivata, mi è stata data la possibilità ,come a tutti gli studenti, di rinfrescarmi,visto che le lezioni sarebbero iniziate solo di lì e qualche ora. Ho approfittato appieno del tempo a mia disposizione: prima di tutto mi sono fatta un bagno rilassante e devo ammettere che ho rimpianto la vecchia Solly che mi lavava la schiena e Amy che mi schizzava. Basta quando ho deciso che sarei venuta a Waterford e che mi sarei separata da mia sorella ho giurato che non avrei perso tempo a rinvangare il passato quindi... Per farla breve mi sono lavata e ho indossato la mia nuova divisa fragrante di bucato;la divisa del college è formata da una graziosa camicetta turchese con una giacca blu e una gonna a pieghe dello stesso colore della giacca.. Una volta vestita mi feci una piccola coda legata con un nastrino blu e lasciai il resto dei capelli sciolti sulle spalle. Resa presentabile mi recai al piano di sotto, dove c’erano la mensa e il salone degli studenti;entrai in quest’ultimo, una grande sala con ampi divani, molti tavoli, un lunga libreria che correva lungo tutta una parete e un grandissimo camino in cui ardeva un bel fuoco scoppiettante. Per tutta la sala c’erano studenti impegnati nelle più diverse attività: molti ragazzi stavano pigramente distesi davanti al camino ,immersi nella discussione sulla costruzione di un nuovo campo da cricket. Un ragazzo alto si esercitava in un angolo a suonare il flauto per nulla infastidito dal frastuono che lo circondava, in un tavolo si giocava a biglie, in un altro si svolgeva una partita a dama, mentre sprofondato in un divano, c’era un ragazzo immerso nella lettura, senza contare tutti quelli che ancora carichi di valigie si affollavano nella sala per salutare i compagni. Mi sentii così attratta da questa invitante visuale che a poco a poco uscii dal mio cantuccio e quando una ragazza dall’aria vivacissima sbucò da dietro un divano a velocità incredibile e inciampò in un tappeto finendo così ai miei piedi ebbi perfino l’ardire di slanciarmi verso la ragazza, con il timore di trovarla mezza morta. Invece la bambina strizza per un momento gli occhi,e poi li spalancò calmissima,con un esclamazione di sorpresa:
<
<
<
<<>> Risposi un po’esitante.
<
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<<>>
<<>> Disse quella con un’alzata di spalle però sembrava dispiaciuta perciò soggiunsi
<<>> Rise e poi esclamò
<<>>
<<>> Soggiunsi, ma troppo tardi, lei era già schizzata via in direzione del giardino. Scossi la testa, non che questa Katherine mi fosse antipatica, anzi, però si comportava un po’ troppo da maschiaccio per i miei gusti. Soprattutto mi mancava Amy lei si che si sarebbe catapultata verso i campi... Comunque non è certo signorile giocare a cricket, mi sorprende che l’insegnante di etichetta lo permetta... Sempre che ci sia un insegnante di etichetta... Mi accorsi che erano già le tre e mancava solo un’ora all’inizio della lezione tanto valeva disfare davvero i bagagli. Mi avviai verso la mia stanza, percorsi il corridoio in tutta fretta e mi precipitai verso la mia stanza, pronta a catapultarmi sul letto... Peccato che il mio letto fosse già occupato... Seduta sul copriletto di trapunta rosa era seduta una ragazza che dimostrava si e no quattordici anni, molto graziosa a dire il vero con due lucide trecce castane e due enormi occhi azzurri; una combinazione rara e interessante. Era così intenta nel suo lavoro, ripiegare accuratamente camicette di vari colori, che non si era nemmeno accorta del mio ingresso. Mi sentii in dovere di dire qualcosa così esclamai:
<<>> Lei al sentire la mia voce balzò in piedi tutta rossa rovesciando la perfetta pila di camicie
<<>> Poi si chinò imbarazzata per raccogliere i vestiti. Io tentai di precederla ma così facendo sbattemmo le teste e finendo a gambe all’aria, una posizione certamente poco signorile; Ero riuscita solo a peggiorare le cose, infatti, ora stavamo lì immobili a guardarci ancora più imbarazzate di prima, ma proprio quando stavo meditando se era meglio sprofondare nel pavimento o nascondersi per sempre quando qualcuno spalancò la porta come una furia. Un bolide rosso si catapultò nella stanza, inciampò nella pila rovesciata di camicette e capitombolò a terra. A questa vista, poiché il bolide chi altri poteva essere se non Katherine Moore la tensione che si era accumulata si sciolse come neve al sole e tutte e tre scoppiammo a ridere come matte, circa dieci minuti dopo ci calmammo, con le convulsioni e le lacrime agli occhi, Rosamund fu la prima a riprendere la parola.
<<>> Esclamò sorridendo indicando il mucchio stropicciato e sporco di quelle che una volta erano state impeccabili camicie. Noi balzammo in piedi, vergognose e ci mettemmo alacremente al lavoro. Io e Katie, mi chiese di chiamarla così, ci dedicammo alle camicie, Rosie sistemò il resto del suo bagaglio. Una volta che la sua roba fu a posto, ci dedicammo ai nostri bagagli e in meno di un’ora la roba fu a posto. Ovviamente avemmo le nostre piccole difficoltà, quando tre ragazze armate di buona volontà si mettono all’opera, è impossibile evitarle: così ci ritrovammo con un'anta dell’armadio in meno, che era rimasta in mano a Katie, la stanza allagata dalla bacinella per lavarsi che avevo rovesciato, un letto con il materasso rotto perché c' eravamo gettate sopra, oltre ovviamente a una dozzina di guai minori. Quando finalmente esauste ci buttammo (in tre) sulla sedia a dondolo che cigolò paurosamente, era già l’ora di andare a lezione. Mentre ci avviavamo cicalando allegramente verso le aule, venni a sapere, con mia grande disperazione, che nessuna delle due frequentava il mio anno. Infatti, io grazie alla mia solida preparazione, merito di Julien, sarei entrata al secondo anno, Katherine era già al penultimo, mentre Rosie avrebbe iniziato dal primo. Sarà meglio prima spiegare com’è organizzato il college di Waterford. L’università dura quattro anni e uno, a seconda delle sue capacità viene inserito in uno dei quattro corsi. Le lezioni si svolgono fortunatamente solo la mattina, ma di pomeriggio ci sono alcune attività come teatro, coro, orchestra e sport vari che permettono di accrescere il “bagaglio culturale dello studente”. Rosamund fu la prima di noi a entrare tremante nella sua aula dove si accalcavano primini terrorizzati; mentre io e Katie ci incamminavamo verso le nostre classi io smisi di ascoltare il suo inarrestabile chiacchiericcio. Cominciai a chiedermi con ansia crescente se, dopotutto avessi fatto bene a iscrivermi al secondo anno, e se quello non fosse stato solo un gesto dettato dalla presunzione, e se fossi stata l’ultima della classe, e se, e se... un’interminabile serie di dubbi sempre più pressanti mi affollava la mente. Tanto che se non ci fosse statala mia nuova amica a trattenermi con una stretta di ferro sarei già scappata a gambe levate da un pezzo; sentivo soprattutto la mancanza di Amy la mia adorata gemellina, non avevo mai affrontato una nuova classe senza di lei... se almeno le mie neoamiche fossero state con me... ero così assorta nei miei pensieri che non feci in tempo a sentire la voce di Katie che mi diceva:
<<>> Che già lei era schizzata in fondo al corridoio verso la sua classe. Fu così che mi ritrovai da sola ad affrontare una classe completamente sconosciuta, mi feci coraggio ed entrai.
Fu proprio come temevo: terribile! O forse no, voglio dire uno come tirare le somme quando sa di essersi procurata una amica e una nemica, quando ha trovato un insegnante adorabile e uno tremendo...
Meglio andare con ordine, dunque dov’ero rimasta...
Quando entrai in aula, non vidi niente di particolarmente spaventoso: una classe ampia e luminosa con quattro file di banchi, carte geografiche e mappe appese al muro. Molte delle ragazze avevano già occupato posto e io rimasi per un attimo incerta sulla soglia ma poi la mia attenzione venne attratta da un gruppo di tre o quattro ragazze in cerchio sotto una finestra. Sembravano tutte entente a osservare qualcosa che io non vedevo e a giudicare dalle espressioni compiaciute che avevano sul volto erano molto soddisfatte da quel che vedevano. Mi avvicinai incuriosita, ma non riuscii a scorgere niente se non quando mi trovai in pratica a spalla a spalla con loro. Al centro del cerchio c’erano due ragazze una in piedi che mi dava le spalle, l’altra rannicchiata contro il muro con le mani sul volto e le guance rigate di lacrime.
Epilogo di una dinastia-Amy e Beth
I personaggi
Amy:contessina Diane De La Mare,16 anni
Beth:contessina Elizabeth De La Mare,16 anni
Isabella Fiorfreschi:madre delle due contesine,figlia di una ricca famiglia veneziana,malata di tisi.
Manfréd Gustave De La Mare: padre delle contessine,ricchissimo mercante fondatore della dinastia,morto prematuramente durante un naufragio in India.
Deddy:Adele Sorel,sorellastra delle contessine, dolce e graziosa,alla quale le contessine sono legatissime.
Julien Sorel:secondo marito di Isabella,nonchè patrigno buono e pasticcione della famiglia.
Solly Angel:Solange,la fedele bambinaia di Isabella, parte attiva della famiglia.
Charlotte:bambinaia di Adele,nonchè aiutante in seconda del "Generale dei Mestoli",Solange.
Franz Heiden: marito di Beth,musicista sconosciuto.
Wolfgang Miller:fidanzato di Amy,musicista compositore.
Claude,Diane, Emile:figli di Elizabeth.
Trama
Le contessine Diane ed Elizabeth De La Mare sono due gemelle eredi della dinastia più famosa d'Inghilterra,nate dall'unione con un ricchissimo mercante di sete orientali,Manfréd Gustave De La Mare e la figlia di due conti veneziani Isabella Fiorfreschi,che dopo questo matrimonio morganatico,sarà cacciata e diseredata,e potrà solo portarsi con sé la fedele bambinaia Solange,che l' ha vista nascere.Durante un viaggio,il giovane mercante muore,le contessine ereditano il titolo senza conoscere il padre.Isabella,giovane vedova sperduta in una casa enorme,si sposa senza amore con il più anziano di lei vedovo Julien Sorel,che tratterà le due illeggittime come figlie.Insieme daranno alla luce la piccola Adele Rosabianca,che sarà considerata dalle due gemelle proprio come una sorella.
le contessine crescono in piena armonia,con un precettore privato fino ai 14 anni,entro i quali svilupperanno una vera passione per la musica e per la lettura d'ogni tipo.In particolare Beth sarà attratta dal flauto ed Amy dal pianoforte,e insieme comporranno sonetti.A 15 anni decidono di comune accordo di separarsi,e mentre amy andrà al Riddleton College,Dover,Beth andrà al prestigioso St Micheal a Newport,dall'altra parte dell'Inghilterra.Qui faranno varie esperienze.Amy farà conoscenza con il suo grande amore,anche se non subito svelato,il suo professore di musica, di 20 anni più grande di lei, Wolfgang Miller.Quest'uomo sarà fonte di grande rivalità tra le due sorelle. Infatti quando Amy lo invita a casa, la sorella se ne innamorerà perdutamente,e solo dopo che Wolfgang dichiara il suo amore per Amy (pienamente ricambiato),Beth fuggirà di casa,abbandonando il college e senza dare più notizie per andare ad unirsi alla prestigiosa Filarmonica di Vienna,con il suo flauto.Qui incontrerà un giovane studente,Franz Heiden,che le farà dimenticare il suo primo amore.
Gli anni passano, Beth e Franz si sposano.Intanto anche Amy spera in un futuro matrimonio,ma Wolfie prende sempre alla larga il discorso. In seguito a grandi dispiaceri ( i tradimenti, il grave scompenso finanziario che spende nel gioco e nelle donne)causati da Wolfie, la salute di Amy va peggiorando:la tisi,e i sempre più frequenti attacchi di cuore la costringono tutto il giorno a letto,sperando in uno sposalizio.Intanto Beth ha avuto due figli,Claude ed Emile,e la sua vita matrimoniale, nonostante lo scarso successo musicale del marito,la perdita economica e le preoccupazioni per la sorella,trascorre lieta. Amy intanto si scopre,contro la sua volontà,incinta di Wolfie,ma la sua salute è troppo fragile,e un mese dopo perde il bambino,gettandola nella più cupa disperazione, perdendo quasi il lume della ragione,malgrado le assidue cure della famiglia.La morte di Isabella dovuta alla tisi e il tradimento scoperto di Wolfie, la stroncano definitivamente.
Beth è sconvolta per la morte della sorella, con la quale aveva passato tanti momenti felici.Intanto le nasce la terza figlia,alla quale mette il nome della defunta sorella,Diane, e si ripromette di farla pagare a Wolfie,che intanto è fuggito, sebbene anche lui profondamente addolorato.
Dopodichè scoppia la Rivoluzione,e le tasse aumentano inesorabilmente.Su villa De La Mare pesa un'imposta inarrivabile,soprattutto per le magre finanze di quella che un tempo era stata una grande casata.Gli ufficiali in breve tempo occupano la casa come Quartier Generale,e la famiglia è costretta a licenziare le servitù e fuggire.Solange insiste per restare, come "parte della famiglia". Julien decide di arruolarsi nell'esercito,e di lui il bollettino annuncerà solo "scomparso".Di lui la famiglia non avrà più notizie.Adele,disperata per la morte della sorella e la scomparsa del padre si chiuderà in un convento di clausura,di lei arriveranno solo poche lettere mcchiate di lacrime,e poi l'ultima,dove si annuncia la sua morte per un'epidemia di peste.eth non potrà mai piangerla,poichè il suo corpo sarà sepolto nel cimitero comune del lazzaretto.
Beth,distrutta dal dolore,viene ospitata con i figli da una zia del marito,che gratuitamente li nasconde e li salva dalla miseria.Beth in persona cerca di istruire i figli,mentre Franz cerca inutilmente il successo nella musica.Solange non permette che la sua protetta, ancora una "contessina" possa "macchiarsi con il lavoro",ma ben presto la carestia spinge tutti a fare qualcosa,Beth inizia a produrre piccoli lavori di cucito e composizioni.
Proprio quando sembra giungere l'ora più buia,la Rivolta dei Nobili ribalta la situazione, e l'arrivo degli alleati restituisce le proprietà ai conti con gli interessi.intanto il Quartier generale, villa De La Mare viene messa al rogo,ma una piccola parte rimane intatta,e ben presto la musica di Franz inizia a farsi un nome e lentamente la Ricostruzione porta la famiglia a una situazione non più precaria di benessere,ma mai più ricca e florida come quella che aveva visto nascere le contessine,ma moralmente instabile, poichè per sempre Beth sarà perseguitata dal ricordo della fame e dalle violenze subite,oltre che per l'immenso dolore per la morte della povera Diane...
Amy:contessina Diane De La Mare,16 anni
Beth:contessina Elizabeth De La Mare,16 anni
Isabella Fiorfreschi:madre delle due contesine,figlia di una ricca famiglia veneziana,malata di tisi.
Manfréd Gustave De La Mare: padre delle contessine,ricchissimo mercante fondatore della dinastia,morto prematuramente durante un naufragio in India.
Deddy:Adele Sorel,sorellastra delle contessine, dolce e graziosa,alla quale le contessine sono legatissime.
Julien Sorel:secondo marito di Isabella,nonchè patrigno buono e pasticcione della famiglia.
Solly Angel:Solange,la fedele bambinaia di Isabella, parte attiva della famiglia.
Charlotte:bambinaia di Adele,nonchè aiutante in seconda del "Generale dei Mestoli",Solange.
Franz Heiden: marito di Beth,musicista sconosciuto.
Wolfgang Miller:fidanzato di Amy,musicista compositore.
Claude,Diane, Emile:figli di Elizabeth.
Trama
Le contessine Diane ed Elizabeth De La Mare sono due gemelle eredi della dinastia più famosa d'Inghilterra,nate dall'unione con un ricchissimo mercante di sete orientali,Manfréd Gustave De La Mare e la figlia di due conti veneziani Isabella Fiorfreschi,che dopo questo matrimonio morganatico,sarà cacciata e diseredata,e potrà solo portarsi con sé la fedele bambinaia Solange,che l' ha vista nascere.Durante un viaggio,il giovane mercante muore,le contessine ereditano il titolo senza conoscere il padre.Isabella,giovane vedova sperduta in una casa enorme,si sposa senza amore con il più anziano di lei vedovo Julien Sorel,che tratterà le due illeggittime come figlie.Insieme daranno alla luce la piccola Adele Rosabianca,che sarà considerata dalle due gemelle proprio come una sorella.
le contessine crescono in piena armonia,con un precettore privato fino ai 14 anni,entro i quali svilupperanno una vera passione per la musica e per la lettura d'ogni tipo.In particolare Beth sarà attratta dal flauto ed Amy dal pianoforte,e insieme comporranno sonetti.A 15 anni decidono di comune accordo di separarsi,e mentre amy andrà al Riddleton College,Dover,Beth andrà al prestigioso St Micheal a Newport,dall'altra parte dell'Inghilterra.Qui faranno varie esperienze.Amy farà conoscenza con il suo grande amore,anche se non subito svelato,il suo professore di musica, di 20 anni più grande di lei, Wolfgang Miller.Quest'uomo sarà fonte di grande rivalità tra le due sorelle. Infatti quando Amy lo invita a casa, la sorella se ne innamorerà perdutamente,e solo dopo che Wolfgang dichiara il suo amore per Amy (pienamente ricambiato),Beth fuggirà di casa,abbandonando il college e senza dare più notizie per andare ad unirsi alla prestigiosa Filarmonica di Vienna,con il suo flauto.Qui incontrerà un giovane studente,Franz Heiden,che le farà dimenticare il suo primo amore.
Gli anni passano, Beth e Franz si sposano.Intanto anche Amy spera in un futuro matrimonio,ma Wolfie prende sempre alla larga il discorso. In seguito a grandi dispiaceri ( i tradimenti, il grave scompenso finanziario che spende nel gioco e nelle donne)causati da Wolfie, la salute di Amy va peggiorando:la tisi,e i sempre più frequenti attacchi di cuore la costringono tutto il giorno a letto,sperando in uno sposalizio.Intanto Beth ha avuto due figli,Claude ed Emile,e la sua vita matrimoniale, nonostante lo scarso successo musicale del marito,la perdita economica e le preoccupazioni per la sorella,trascorre lieta. Amy intanto si scopre,contro la sua volontà,incinta di Wolfie,ma la sua salute è troppo fragile,e un mese dopo perde il bambino,gettandola nella più cupa disperazione, perdendo quasi il lume della ragione,malgrado le assidue cure della famiglia.La morte di Isabella dovuta alla tisi e il tradimento scoperto di Wolfie, la stroncano definitivamente.
Beth è sconvolta per la morte della sorella, con la quale aveva passato tanti momenti felici.Intanto le nasce la terza figlia,alla quale mette il nome della defunta sorella,Diane, e si ripromette di farla pagare a Wolfie,che intanto è fuggito, sebbene anche lui profondamente addolorato.
Dopodichè scoppia la Rivoluzione,e le tasse aumentano inesorabilmente.Su villa De La Mare pesa un'imposta inarrivabile,soprattutto per le magre finanze di quella che un tempo era stata una grande casata.Gli ufficiali in breve tempo occupano la casa come Quartier Generale,e la famiglia è costretta a licenziare le servitù e fuggire.Solange insiste per restare, come "parte della famiglia". Julien decide di arruolarsi nell'esercito,e di lui il bollettino annuncerà solo "scomparso".Di lui la famiglia non avrà più notizie.Adele,disperata per la morte della sorella e la scomparsa del padre si chiuderà in un convento di clausura,di lei arriveranno solo poche lettere mcchiate di lacrime,e poi l'ultima,dove si annuncia la sua morte per un'epidemia di peste.eth non potrà mai piangerla,poichè il suo corpo sarà sepolto nel cimitero comune del lazzaretto.
Beth,distrutta dal dolore,viene ospitata con i figli da una zia del marito,che gratuitamente li nasconde e li salva dalla miseria.Beth in persona cerca di istruire i figli,mentre Franz cerca inutilmente il successo nella musica.Solange non permette che la sua protetta, ancora una "contessina" possa "macchiarsi con il lavoro",ma ben presto la carestia spinge tutti a fare qualcosa,Beth inizia a produrre piccoli lavori di cucito e composizioni.
Proprio quando sembra giungere l'ora più buia,la Rivolta dei Nobili ribalta la situazione, e l'arrivo degli alleati restituisce le proprietà ai conti con gli interessi.intanto il Quartier generale, villa De La Mare viene messa al rogo,ma una piccola parte rimane intatta,e ben presto la musica di Franz inizia a farsi un nome e lentamente la Ricostruzione porta la famiglia a una situazione non più precaria di benessere,ma mai più ricca e florida come quella che aveva visto nascere le contessine,ma moralmente instabile, poichè per sempre Beth sarà perseguitata dal ricordo della fame e dalle violenze subite,oltre che per l'immenso dolore per la morte della povera Diane...
le nostre storiche canzoni!

LA DANZETTA DI DEDDY
Questa è una danza un po' speciale,
Che rende chiunque gioviale:
dalla vecchia Solange in cucina,
nervosa e un po' scontrosa,
alla cara e dolce mammina
affabile e amorosa.
Eppoi Charlotte,
con la cuffietta,
è proprio perfetta!
Amy suona dolci note
al pianoforte
Beth col flauto,
che gorgheggi!
Quando son con loro io..
mi sento beata,
mentre lor compongon per me
questa ballata!

LA BALLATA DI BETH
Con un flauto tutto gaio
anche a gennaio
un estate si può crear
con un flauto tutto triste
anche voi
soffrireste un po'
Con un cielo tutto lindo
l' aquilone
si può far volar
con un libro in una mano
e una mela accanto a te
ti sentireresti un re!
Su di un prato tutto
rugiadoso
a piedi nudi
poter ballar.......
una dolce melodia,
la più bella che ci sia
tu riuscirai a suonar!
E il vento grazioso
tra i tigli si metterà
a frusciar.......

L'ALLEGRETTO DI AMY
Per ogni verde limone
Per ogni ora da sola
Per ogni allegra canzone
Per ogni nota che vola.......
Per ogni onda che è stata
Per ogni bimbo che nasce
Una pagina è stata sfogliata
Sotto le squame
d' argento d' un pesce........
Sotto ogni tronco nodoso
Sopra ogni nuvola blu
sotto le note d' un canto gioioso
A suonar sei proprio tu!
In una pagina scritta
di un diario
E in una pagina
ancora bianca
Le note
volteggiano
ondeggiano
s' intrecciano
e suoneran per te!

IL SONETTO DI SOLANGE
Dentro un chicco
di melograna
in quel succo così
rosso
nuota un pesciolino
assieme a un lupo dentro
al fosso......
E con il tocco d' una bacchetta,
un mestol da cucina
io diventavo per voi,
la vostra , sì, fatina!
e con gli occhioni
sgranati io
vi raccontavo che,
la bianca Biancaneve
alla fine sposò un re!

IL SOLFEGGIO DEI SOGNI
In una mattina
limpida e chiara
col sole d'oro
la terra si ara
Un germoglio nasce
all' ombra d' una rosa
la pioggia cade
s'un fiore e riposa
Una nota s' alza
sullo stelo d'oro
s'un foglio di carta
un bel ghirigoro
Nota d' argento
di fili sottili
motivo lento
di dolci sospiri
Specchio di luna
riflesso sul lago
nota di specchio
tessuta con l' ago
d'argento brilla
s' un flauto dorata
chiara scintilla
di musica ambrata
Una ragazza
di gelsomino
posa la mano
s' un vecchio spartito
e poi di nuovo
sull' alba infinita
un' usignuolo
solfeggia la vita
La jimcana di julien
la mattina molto presto
io mi alzo lesto lesto
e mi lavo si, gioviale
col contenuto del pitale
Colazion soddisfacente
mi risveglia pur la mente
e nell' ansia di lavorare
mi son rotto pure un dente
scambiando, senza saper perchè
il biscotto con la tazza del caffè
mattuinata un po' catastrofe,
affumicate le pantofole
e alla fine della fiera
frantumata l' atmosfera
pranzo poi non so che dire,
m'è venuto da dormire
masticando la focaccia
son caduto piatto in facciA
POMERIGGIO DISASTROSO
IL PAVIMENTO SCIVOLOSO
SON CADUTO IN SCIVOLATA
HO BATTUTO UNA BOCCATA
I MIEI AMICI ( cosa brutta)
som venuti in tarda sera
e rompendo la teiera
siam rimasti poi alla frutta
per la ena un figurone
ho ingoiato un peperone
che rimasto nella strozza
ho sputato, cosa rozza
ma alla fine son contento
anche se sono un gran tormento
e nel mio letto penso bel bel
questa è la vita di Julien sorel!
Jennifer Mc pen
Capitolo 1
Bella.
Bellissima.
Grandiosa.
"..........." .
Furono queste le prime parole che uscirono dalla bocca di Genny quel giorno, mentre contemplava, accoccolata sulle ginocchia, l'enorme poster che occupava quasi la metà del piccolo muro della sua stanza.
- Genny!!Porca miseria!Ti vuoi muovere?Vuoi fare tardi anche oggi?-
- Accidenti accidenti accidenti!-
Furono queste le seconde parole che uscirono dalla bocca di Genny quel giorno, mentre con tutte e due le mani forzava una scarpa da ginnastica contro il suo piede sinistro, nell' erculea fatica di farla entrare.
Ma evidentemente c'era qualche problema.
O il calzino era troppo spesso o la scarpa era troppo stretta.
Genny sbuffò, divenne rossa come il rosso di un'anguria, e con un ultimo sforzo riuscì a calzare la scarpa.
Genny sbuffò ancora,e con un ultimissimo sforzo riuscì a togliere anche il suo dito indice,che era rimasto incastrato tra il suo piede sinistro e la scarpa.
A fatica si alzò, cercando di non badare a quanto erano strette le scarpe o a quanto erano spessi i calzini, arrancò verso lo zaino e gettò un ultimo sguardo al poster appeso al muro, dove Susan Matitos sembrava non fare caso al costume svolazzante mentre eseguiva un Triplo Axel lanciato.
- Jennifer Mc Pen!!Devo salire su a prenderti per le mutande per farti scendere?-
- Si papà, sto arrivando!......-
E data un'ultima occhiata al muro,si diresse al piano di sotto.
In cucina, suo fratello Jeremy era tutto occupato a mangiare fiocchi d'avena spandendone almeno la metà sul pavimento,e suo padre era altrettanto occupato a pulire i fornelli con un panno umido,cercando di rimediare al latte che già da un pezzo aveva superato l'orlo del pentolino in fase di ebollizione.
-Ah,eccoti.....il latte.....credo che questa mattina dovrai proprio rinunciarci....-
-Non importa-
- Jerry, alza il culo e fa sedere tua sorella, e dalle i tuoi fiocchi d'avena!-
Jeremy proprio in quel momento lasciò cadere la scatola, ed il rimanente contenuto si riversò sul pavimento.
- Ora puoi mangiarteli -
-Razza di idiota!-
Genny non fece caso ne' a suo fratello ne' a suo padre, mentre con costernazione osservava con occhi opachi i fiocchi d'avena che ancora rotolavano sotto il tavolo, sotto il ripiano di cucina, tra le sedie.
Sentendosi le lacrime bruciare come schegge negli occhi, uscì, chiudendo piano la porta.
Capitolo 2
Jennifer Mc Pen non era una bambina qualunque......
No! Aspetta!
Era una bambina qualunque quella che piangeva contro un marciapiede;
era una bambina qualunque quella che camminava quella mattina di ottobre con una sacca da ginnastica in spalla;
era una bambina qualunque quella che si riscaldava le mani strofinandole l'una contro l'altra;
era una bambina qualunque quella che si fermava davanti ad un panificio;
era una bambina qualunque quella che sceglieva due focaccine appena sfornate;
era una bambina qualunque quella che si frugava nelle tasche;
era una bambina qualunque quella che alla fine trovava due euro nella tasca interna del cappotto.
Jennifer Mc Pen era una bambina qualunque.
Genny smise di piangere, mentre con piccoli bocconi mangiava una focaccina.Era molto calda e anche molto salata,e queste due cose le riscaldarono per un attimo le mani infreddolite.
Il marciapiede era di cemento grigio pieno di fughe, e la matitina ogni volta che lo percorreva faceva una sfida con se stessa: durante il tragitto doveva stare attentissima a non calpestare nessuna delle righe, ma quella mattina si accorse di averle calpestate tutte, ma non ci fece caso.
Aveva freddo e aveva pianto, e le lacrime sembrava che le si fossero d'improvviso gelate negli occhi, ma la verità era che le focaccine calde l' avevano consolata almeno un pò.
Jennifer aveva sette anni appena compiuti,compiuti quel giorno, per l'esattezza.Compiuti proprio quel 28 ottobre, e proprio quel 28 ottobre nessuno le aveva fatto gli auguri, nessuno le aveva dato da spegnere qualche candelina, nessuno le aveva dato alcun regalo.
In poche parole, nessuno se ne era ricordato.
Suo padre, Scott Mc Pen, quella mattina sembrava essersene completamente dimenticato, sebbene sul calendario di Frate Indovino appeso al caminetto avesse scritto di suo pugno "Auguri Genny".
Scott da non molto tempo aveva iniziato a gestire una piccola segheria di fronte alla loro casa.
Non era affatto esperto nel riconoscimento dei legnami, ne' sapeva come trattarli e come metterli in commercio, e il poco che guadagnava non sapeva bene come gestirlo.A volte spendeva tutto in cibo,dimenticandosi che doveva pagare l'affitto della casa, saldare il conto del mese prima e comprare un nuovo cappotto a suo figlio Jeremy, altre invece, quando voleva metterne un po' da parte finiva sempre che, con la furia del risparmio, non pagava l'affitto ne' saldava il conto dal droghiere e Jeremy continuava ad allungarsi senza successo le maniche del vecchio cappotto che gli arrivava ormai ai gomiti.
Insomma, le loro finanze avrebbero anche potuto essere sufficienti, se solo avessero avuto un padre più ragionevole. Ma Scott, nonostante i suoi quarantasei anni, non trovava affatto ragionevole essere un padre ragionevole, e preferiva bruciare in un giorno solo tutto il guadagno in una nuova chitarra elettrica per "il mio Jerry" o in un inutile giradischi d'epoca piuttosto che acqustare abiti pesanti o assicurarsi che i suoi figli avessero tutto il necessario.
Più che il necessario, i figli avevano tutto ciò che si può desiderare una volta avuto il necessario.Ad esempio, Jennifer possedeva una schiera di Barbie, ma non aveva un impermeabile,e Jeremy aveva una chitarra elettrica ed una batteria ma continuava inesorabilmente a non avere un cappotto e un paio di guanti. E ancora, Jennifer non aveva degli scarponi da sci ma in compenso aveva l'edizione celebrativa di Monopoli, non aveva un giubbotto di piume ma in mancanza di esso si accontentava del servizio da tè per le bambole.....e via dicendo.
Jeremy Mc Pen aveva quindici anni,ed era più alto di suo padre. Era stato bocciato una volta in quinta elementare e due in prima media, e di ciò andava molto fiero. Era stato promosso in prima superiore al limite della sufficienza, non perchè fosse migliorato, ma perchè le insegnanti erano veramente esasperate di avere un alunno che fumava in classe e che ruttava sonoramente durante le lezioni, e non vedevano l'ora di liberarsene.Il suo sogno era quello di diventare un grandissimo corridore e di andare alle olimpiadi da quando aveva otto anni. Scott allora gli aveva promesso uno speciale corso di atletica se fosse stato promosso, ma questo non avvenne, e per ripicca il corso di atletica se lo prese, una volta cresciuta un po', la povera Jennifer, senza che neppure le fosse stato chiesto cosa ne pensasse.
Jeremy e sua sorella non erano mai stati legati più che da un rapporto di parentela, e questo fatto del corso di atletica, sebbene sapesse che la sorella non c'entrasse affatto, non aveva fatto altro che aumentare la rivalità. In realtà, nonostante ognuno cercasse di mascherarlo, i due si volevano molto bene, ma il loro affetto non andava più in là di uno "sposta il culo" e " fottiti da parte mia".
Ma i due fratelli, Jeremy in particolare, avevano vissuto tempi migliori, quando la casa era ancora sotto la tutela di Mrs Mc Pen, ma dato che Mrs Mc Pen non c'era più, inesorabilmente era Scott che ora teneva i cordoni della borsa.
Capitolo 3
Jennifer Mc Pen odiava il corso di atletica.
Lo odiava, lo odiava, lo odiava, sebbene vi andasse ogni mattina.
Lo odiava con tutte le sue forze e se avesse potuto mandare realmente al diavolo qualcosa avrebbe per primo sprofondato il campo ellittico di polvere rossa dove giornalmente correva con il fiato corto, la sabbia appiccicosa del salto in lungo e gli odiosi e ripetitivi ostacoli che era costretta a saltare sotto gli occhi dell' allenatore, che, se possibile, odiava ancora di più del campo e della sabbia e degli ostacoli messi assieme.La esasperavano le continue battute del tipo " avete il sedere di piombo", i monotoni " un-due un-due" che cadenzavano la corsa ( - e poi- si domandava Jennifer, -perchè un-due e non tre-quattro-? ) e ancora di più gli hop hop hop del salto a ostacoli.
Avrebbe tanto voluto lanciargli in faccia la sua sacca, e avrebbe voluto urlare a suo padre che non ne poteva più, ma sapeva che sarebbe stato tutto inutile. Una volta ci aveva provato, ma suo padre l' aveva mandata a letto senza cena, rinfacciandole la sua ingratitudine.Oh, se solo avesse potuto esternare al mondo intero ciò che voleva fare realmente, se solo avesse la possibilità di smettere quel maledetto corso di atletica,e se solo suo padre le desse un po' retta....
A questo pensava, Jennifer Mc Pen, una volta giunta negli spogliatoi.
Il calore fittizio datole delle due focaccine era completamente svanito, e avrebbe volentieri ricominciato a piangere, se solo non fosse stata in presenza degli altri bambini del corso, che prima della lezione si riscaldavano in calzoncini corti sbuffando gelo dal naso.
Oh, perchè non la finivano di agitarsi e di confrontare fra loro i propri record di salto in lungo!
- hop hop hop!!Su ragazzi! Forza e coraggio!-
forza e coraggio un corno! avrebbe voluto urlare Genny, mentre si sfilava la felpa rabbrividendo.
Odiava il mondo, avrebbe voluto sputare sulle sue scarpe da ginnastica e le sarebbe tanto piaciuto scappare via, chiudersi in camera a fissare estasiata Susan Matitos, quella ragazza che se ne era infischiata del mondo ed era andata dritta per la sua strada.
Eppure Genny non poteva.Avrebbe voluto tanto ma non poteva.
A ricordarglielo furono gli hop hop hop che le intimavano di saltare gli ostacoli senza farli cadere.
Hop hop hop.
Capitolo 4
Jennifer si buttò sul letto. Era esausta e piena di rabbia, dopo ogni volta che tornava da atletica. Era inciampata mentre correva e aveva buttato giù tre ostacoli. Inoltre il suo salto in lungo aveva sollevato solo un mucchio di sabbia e non aveva concluso niente.Nel suo cuore ora c'era solo un mucchio di desolazione.A quell'ora non c'era nessuno a casa, perchè suo padre era alla segheria e suo fratello a bighellonare con qualche suo amico....ma a cena, oh, a cena!Come ogni sera avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno quanto si era divertita, di quanto era stato il suo salto in lungo, quanti ostacoli aveva mancato e avrebbe inoltre dovuto sorbirsi la predica di suo padre che si doveva impegnare di più e che un giorno tutti sarebbero stati fieri di vederla gareggiare con i migliori al mondo.
Bella.
Bellissima.
Grandiosa.
"..........." .
Furono queste le prime parole che uscirono dalla bocca di Genny quel giorno, mentre contemplava, accoccolata sulle ginocchia, l'enorme poster che occupava quasi la metà del piccolo muro della sua stanza.
- Genny!!Porca miseria!Ti vuoi muovere?Vuoi fare tardi anche oggi?-
- Accidenti accidenti accidenti!-
Furono queste le seconde parole che uscirono dalla bocca di Genny quel giorno, mentre con tutte e due le mani forzava una scarpa da ginnastica contro il suo piede sinistro, nell' erculea fatica di farla entrare.
Ma evidentemente c'era qualche problema.
O il calzino era troppo spesso o la scarpa era troppo stretta.
Genny sbuffò, divenne rossa come il rosso di un'anguria, e con un ultimo sforzo riuscì a calzare la scarpa.
Genny sbuffò ancora,e con un ultimissimo sforzo riuscì a togliere anche il suo dito indice,che era rimasto incastrato tra il suo piede sinistro e la scarpa.
A fatica si alzò, cercando di non badare a quanto erano strette le scarpe o a quanto erano spessi i calzini, arrancò verso lo zaino e gettò un ultimo sguardo al poster appeso al muro, dove Susan Matitos sembrava non fare caso al costume svolazzante mentre eseguiva un Triplo Axel lanciato.
- Jennifer Mc Pen!!Devo salire su a prenderti per le mutande per farti scendere?-
- Si papà, sto arrivando!......-
E data un'ultima occhiata al muro,si diresse al piano di sotto.
In cucina, suo fratello Jeremy era tutto occupato a mangiare fiocchi d'avena spandendone almeno la metà sul pavimento,e suo padre era altrettanto occupato a pulire i fornelli con un panno umido,cercando di rimediare al latte che già da un pezzo aveva superato l'orlo del pentolino in fase di ebollizione.
-Ah,eccoti.....il latte.....credo che questa mattina dovrai proprio rinunciarci....-
-Non importa-
- Jerry, alza il culo e fa sedere tua sorella, e dalle i tuoi fiocchi d'avena!-
Jeremy proprio in quel momento lasciò cadere la scatola, ed il rimanente contenuto si riversò sul pavimento.
- Ora puoi mangiarteli -
-Razza di idiota!-
Genny non fece caso ne' a suo fratello ne' a suo padre, mentre con costernazione osservava con occhi opachi i fiocchi d'avena che ancora rotolavano sotto il tavolo, sotto il ripiano di cucina, tra le sedie.
Sentendosi le lacrime bruciare come schegge negli occhi, uscì, chiudendo piano la porta.
Capitolo 2
Jennifer Mc Pen non era una bambina qualunque......
No! Aspetta!
Era una bambina qualunque quella che piangeva contro un marciapiede;
era una bambina qualunque quella che camminava quella mattina di ottobre con una sacca da ginnastica in spalla;
era una bambina qualunque quella che si riscaldava le mani strofinandole l'una contro l'altra;
era una bambina qualunque quella che si fermava davanti ad un panificio;
era una bambina qualunque quella che sceglieva due focaccine appena sfornate;
era una bambina qualunque quella che si frugava nelle tasche;
era una bambina qualunque quella che alla fine trovava due euro nella tasca interna del cappotto.
Jennifer Mc Pen era una bambina qualunque.
Genny smise di piangere, mentre con piccoli bocconi mangiava una focaccina.Era molto calda e anche molto salata,e queste due cose le riscaldarono per un attimo le mani infreddolite.
Il marciapiede era di cemento grigio pieno di fughe, e la matitina ogni volta che lo percorreva faceva una sfida con se stessa: durante il tragitto doveva stare attentissima a non calpestare nessuna delle righe, ma quella mattina si accorse di averle calpestate tutte, ma non ci fece caso.
Aveva freddo e aveva pianto, e le lacrime sembrava che le si fossero d'improvviso gelate negli occhi, ma la verità era che le focaccine calde l' avevano consolata almeno un pò.
Jennifer aveva sette anni appena compiuti,compiuti quel giorno, per l'esattezza.Compiuti proprio quel 28 ottobre, e proprio quel 28 ottobre nessuno le aveva fatto gli auguri, nessuno le aveva dato da spegnere qualche candelina, nessuno le aveva dato alcun regalo.
In poche parole, nessuno se ne era ricordato.
Suo padre, Scott Mc Pen, quella mattina sembrava essersene completamente dimenticato, sebbene sul calendario di Frate Indovino appeso al caminetto avesse scritto di suo pugno "Auguri Genny".
Scott da non molto tempo aveva iniziato a gestire una piccola segheria di fronte alla loro casa.
Non era affatto esperto nel riconoscimento dei legnami, ne' sapeva come trattarli e come metterli in commercio, e il poco che guadagnava non sapeva bene come gestirlo.A volte spendeva tutto in cibo,dimenticandosi che doveva pagare l'affitto della casa, saldare il conto del mese prima e comprare un nuovo cappotto a suo figlio Jeremy, altre invece, quando voleva metterne un po' da parte finiva sempre che, con la furia del risparmio, non pagava l'affitto ne' saldava il conto dal droghiere e Jeremy continuava ad allungarsi senza successo le maniche del vecchio cappotto che gli arrivava ormai ai gomiti.
Insomma, le loro finanze avrebbero anche potuto essere sufficienti, se solo avessero avuto un padre più ragionevole. Ma Scott, nonostante i suoi quarantasei anni, non trovava affatto ragionevole essere un padre ragionevole, e preferiva bruciare in un giorno solo tutto il guadagno in una nuova chitarra elettrica per "il mio Jerry" o in un inutile giradischi d'epoca piuttosto che acqustare abiti pesanti o assicurarsi che i suoi figli avessero tutto il necessario.
Più che il necessario, i figli avevano tutto ciò che si può desiderare una volta avuto il necessario.Ad esempio, Jennifer possedeva una schiera di Barbie, ma non aveva un impermeabile,e Jeremy aveva una chitarra elettrica ed una batteria ma continuava inesorabilmente a non avere un cappotto e un paio di guanti. E ancora, Jennifer non aveva degli scarponi da sci ma in compenso aveva l'edizione celebrativa di Monopoli, non aveva un giubbotto di piume ma in mancanza di esso si accontentava del servizio da tè per le bambole.....e via dicendo.
Jeremy Mc Pen aveva quindici anni,ed era più alto di suo padre. Era stato bocciato una volta in quinta elementare e due in prima media, e di ciò andava molto fiero. Era stato promosso in prima superiore al limite della sufficienza, non perchè fosse migliorato, ma perchè le insegnanti erano veramente esasperate di avere un alunno che fumava in classe e che ruttava sonoramente durante le lezioni, e non vedevano l'ora di liberarsene.Il suo sogno era quello di diventare un grandissimo corridore e di andare alle olimpiadi da quando aveva otto anni. Scott allora gli aveva promesso uno speciale corso di atletica se fosse stato promosso, ma questo non avvenne, e per ripicca il corso di atletica se lo prese, una volta cresciuta un po', la povera Jennifer, senza che neppure le fosse stato chiesto cosa ne pensasse.
Jeremy e sua sorella non erano mai stati legati più che da un rapporto di parentela, e questo fatto del corso di atletica, sebbene sapesse che la sorella non c'entrasse affatto, non aveva fatto altro che aumentare la rivalità. In realtà, nonostante ognuno cercasse di mascherarlo, i due si volevano molto bene, ma il loro affetto non andava più in là di uno "sposta il culo" e " fottiti da parte mia".
Ma i due fratelli, Jeremy in particolare, avevano vissuto tempi migliori, quando la casa era ancora sotto la tutela di Mrs Mc Pen, ma dato che Mrs Mc Pen non c'era più, inesorabilmente era Scott che ora teneva i cordoni della borsa.
Capitolo 3
Jennifer Mc Pen odiava il corso di atletica.
Lo odiava, lo odiava, lo odiava, sebbene vi andasse ogni mattina.
Lo odiava con tutte le sue forze e se avesse potuto mandare realmente al diavolo qualcosa avrebbe per primo sprofondato il campo ellittico di polvere rossa dove giornalmente correva con il fiato corto, la sabbia appiccicosa del salto in lungo e gli odiosi e ripetitivi ostacoli che era costretta a saltare sotto gli occhi dell' allenatore, che, se possibile, odiava ancora di più del campo e della sabbia e degli ostacoli messi assieme.La esasperavano le continue battute del tipo " avete il sedere di piombo", i monotoni " un-due un-due" che cadenzavano la corsa ( - e poi- si domandava Jennifer, -perchè un-due e non tre-quattro-? ) e ancora di più gli hop hop hop del salto a ostacoli.
Avrebbe tanto voluto lanciargli in faccia la sua sacca, e avrebbe voluto urlare a suo padre che non ne poteva più, ma sapeva che sarebbe stato tutto inutile. Una volta ci aveva provato, ma suo padre l' aveva mandata a letto senza cena, rinfacciandole la sua ingratitudine.Oh, se solo avesse potuto esternare al mondo intero ciò che voleva fare realmente, se solo avesse la possibilità di smettere quel maledetto corso di atletica,e se solo suo padre le desse un po' retta....
A questo pensava, Jennifer Mc Pen, una volta giunta negli spogliatoi.
Il calore fittizio datole delle due focaccine era completamente svanito, e avrebbe volentieri ricominciato a piangere, se solo non fosse stata in presenza degli altri bambini del corso, che prima della lezione si riscaldavano in calzoncini corti sbuffando gelo dal naso.
Oh, perchè non la finivano di agitarsi e di confrontare fra loro i propri record di salto in lungo!
- hop hop hop!!Su ragazzi! Forza e coraggio!-
forza e coraggio un corno! avrebbe voluto urlare Genny, mentre si sfilava la felpa rabbrividendo.
Odiava il mondo, avrebbe voluto sputare sulle sue scarpe da ginnastica e le sarebbe tanto piaciuto scappare via, chiudersi in camera a fissare estasiata Susan Matitos, quella ragazza che se ne era infischiata del mondo ed era andata dritta per la sua strada.
Eppure Genny non poteva.Avrebbe voluto tanto ma non poteva.
A ricordarglielo furono gli hop hop hop che le intimavano di saltare gli ostacoli senza farli cadere.
Hop hop hop.
Capitolo 4
Jennifer si buttò sul letto. Era esausta e piena di rabbia, dopo ogni volta che tornava da atletica. Era inciampata mentre correva e aveva buttato giù tre ostacoli. Inoltre il suo salto in lungo aveva sollevato solo un mucchio di sabbia e non aveva concluso niente.Nel suo cuore ora c'era solo un mucchio di desolazione.A quell'ora non c'era nessuno a casa, perchè suo padre era alla segheria e suo fratello a bighellonare con qualche suo amico....ma a cena, oh, a cena!Come ogni sera avrebbe dovuto raccontare per filo e per segno quanto si era divertita, di quanto era stato il suo salto in lungo, quanti ostacoli aveva mancato e avrebbe inoltre dovuto sorbirsi la predica di suo padre che si doveva impegnare di più e che un giorno tutti sarebbero stati fieri di vederla gareggiare con i migliori al mondo.
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